Yemen, Libano, Siria, Iraq, Iran, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita. La narrazione procede per quadri accostati. All’interno di ciascun quadro, fatti e dati si alternano a episodi, immagini, dialoghi che si collocano in anni diversi: dall’attualità a ritroso di vent’anni. Nelle prime pagine, l’effetto sul lettore può risultare affascinante ma, allo stesso tempo, disorientare un po’. Ben presto però ci si abitua – anzi ci si appassiona – a questo flusso dal ritmo scorrevole, concatenato con sapienza. A guidarlo è un’altra passione: quella di Laura Silvia Battaglia, nota giornalista, documentarista e autrice, con una lunga esperienza del mondo arabo.
Il testo è un viaggio attraverso le complessità, le stratificazioni, le storture e contraddizioni di Paesi che il lettore italiano medio, di fatto, conosce perlopiù attraverso macrocategorie e semplificazioni. Il viaggio che il libro compie aiuta a entrare in traiettorie e meccanismi tra i più difficili da conoscere oggi. Tra questi: la forza politica e la strategia degli Houthi; il ruolo svolto nella regione dal Qatar (e dalla sua emittente al-Jazeera) negli ultimi anni; il crollo del regime siriano; il posizionamento di Hamas e di Hezbollah rispetto ai Paesi dell’area.
Al centro del volume – autentico valore aggiunto – ci sono gli incontri con le persone. Ogni genere di persone. Quelle della strada, ma anche funzionari di alto grado e membri del governo. Detenuti, ex detenuti e poliziotti. Docenti, studenti, giornalisti. Giovani (tanti giovani). Attivisti e donne impegnate a vari livelli per un miglioramento nelle condizioni di vita del proprio popolo. Profughi e collezionisti d’arte contemporanea con un portafoglio miliardario. E l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Le scoperte sono tante. Per limitarci al solo Iraq, ad esempio, Baghdad si rivela una città in cui – grazie a quindici anni di esenzione fiscale per gli investimenti stranieri – ristoranti e alberghi faraonici continuano a moltiplicarsi, tanto che The Economist l’ha definita «the world’s surprise boomtown».
Apprendiamo inoltre che l’Iraq ha formato, negli anni, figure femminili con ruoli di spicco nella politica, oltre a pensatrici, architette, registe, avvocate, mediche. Il Paese può vantare anche una consolidata tradizione di femminismo e unità tra donne, al di là delle differenti appartenenze etniche, linguistiche e confessionali. «Se qualcuno pensa che le donne irachene siano deboli, sottomesse, accomodanti – puntualizza Laura Silvia Battaglia – si sbaglia di grosso».
Un confronto tra il sistema d’istruzione dell’Iraq e quello dell’Iran mette in luce, però, un divario schiacciante. Se nel 1987 l’Iraq aveva uno dei migliori sistemi d’istruzione di tutta l’Asia occidentale (con un tasso di iscrizione alla scuola primaria del 100 per cento), oggi «tutto è precipitato». Laddove invece nel vicino Iran, nel 2016, circa il 94 per cento degli adulti era già alfabetizzato e il tasso aumentava al 97 per cento tra i giovani dai 15 ai 24 anni, «indipendentemente dal genere».
Alcuni incontri restano particolarmente impressi. In Siria, quello con lo sheikh Khoder Alsair, figura di spicco della sua tribù, punito – lui e tutto il suo villaggio, razziato e interamente bruciato – per aver scelto di aiutare un gruppo di yazidi a fuggire dai miliziani dello Stato islamico. «Sheikh Khoder Alsair è l’unico che sia scoppiato in lacrime durante l’intervista. Raramente mi capita che lo faccia un uomo, anziano per di più. Ma questa è una storia paradigmatica delle vendette di guerra, di ogni guerra».
In Iraq, lo scambio con Abu Haider, profondo conoscitore delle paludi del suo Paese – oggi patrimonio mondiale dell’umanità, a rischio di scomparsa a causa dello sfruttamento petrolifero e dell’inquinamento da materiali tossici dovuto soprattutto alle guerre – uomo «sospeso tra l’era della scrittura cuneiforme e il web 3.0», maestro di gentilezza e pazienza.
In Iran, la fugace apparizione del giovane sconosciuto con un cappellino da baseball in testa che, su un ascensore panoramico di Isfahan, domanda all’autrice in perfetto italiano: «Come va in università?». Il brevissimo colloquio che segue attiva una serie di interessanti considerazioni e insegnamenti pratici su cosa significa fare il giornalista in Iran e sulle conseguenze dell’optare (o meno) per il visto giornalistico: «L’Iran è un Paese che mette fortemente in dubbio molte regole che, come giornalisti, ci diamo sui principi di sicurezza. È uno di quei casi scuola in cui bisogna essere consapevoli che avere un permesso ufficiale dalle autorità iraniane per operare nel Paese come giornalista non ti mette totalmente al riparo da effetti indesiderati: pedinamenti, accuse, arresti temporanei o prolungati, condanne potenziali come spia».
Numerosi, infine, i dettagli forniti sulla vita quotidiana in questi luoghi: dalla difficoltà di farsi riparare la doccia in Yemen (soprattutto se si è una donna sola), a come aggirare i controlli del regime per tenere una festa con musica a tutto volume in un condominio di Teheran.
Completa il testo una preziosa bibliografia, composta per buona parte da contributi stranieri, in lingua inglese.
In conclusione, I partigiani di Allah non è un libro «semplice», ma è una chiave d’accesso senza dubbio privilegiata e alla portata di tutti per accostarsi con maggiore consapevolezza al nostro intricato presente.

Laura Silvia Battaglia
I partigiani di Allah
Mondadori, 2026
pp. 264 – 19,00 euro


























