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Sareta e la sete di giustizia delle yazide: «Servono fondi e leggi»

Manuela Borraccino
24 agosto 2023
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I procuratori dell’Onu per i crimini contro gli yazidi indagano da cinque anni, ma il governo iracheno non autorizza i processi. Il Regno Unito, intanto, riconosce il genocidio yazida, ma allo stesso tempo rifiuta il rimpatrio delle «spose dell’Isis». Luci e ombre della giustizia umanitaria secondo la penalista internazionale Sareta Ashraph.


Jamila ha 25 anni, studia e si prende cura dei fratelli più piccoli in uno dei campi profughi nella provincia di Dahuk, nel Kurdistan iracheno, mentre i suoi genitori risultano scomparsi. È una delle circa 2.700 giovani yazide sopravvissute agli stupri e alla riduzione in schiavitù perpetrati dai terroristi del sedicente Stato islamico (Isis). «I suoi giorni sono spesso una battaglia, ma ha saputo tirar fuori una determinazione incrollabile per creare una vita migliore per i fratelli e per sé stessa, e per portare avanti la causa delle vittime delle violenze sessuali. Il futuro di queste comunità risiede in grandissima parte in queste donne» rimarca a Terrasanta.net l’avvocata Sareta Ashraph, contattata all’indomani del riconoscimento da parte del governo del Regno Unito che nel 2014 è stato commesso un genocidio contro il popolo yazida da parte dei jihadisti dell’Isis.

Specializzata in diritto penale internazionale, Ashraph si occupa in particolare delle violenze di genere nei conflitti, e oggi lavora come consulente legale di diverse istituzioni internazionali impegnate nella prevenzione e nel riconoscimento dei genocidi. La giurista ha diretto sul campo, dal 2020 al 2022, il gruppo di magistrati incaricati dall’Onu di raccogliere le prove dei crimini contro l’umanità commessi in Iraq tra il 2014 e il 2017 dallo Stato islamico. Proprio la creazione nel 2017 da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di questa squadra di procuratori riuniti nell’Unitad (acronimo di United Nations Investigative Team to promote Accountability for crimes committed by Da’esh/ ISIL), dice, è stato uno dei due maggiori risultati ottenuti a livello istituzionale per ottenere giustizia. «Il secondo progresso – aggiunge l’avvocata – è stato aver istituito un programma di risarcimenti previsto dalla Legge per gli yazidi sopravvissuti: una legge che, malgrado il nome, comprende tutti i sopravvissuti delle comunità yazide, turkmene, cristiane e shabak che sono state ridotte in schiavitù dallo Stato islamico e sono stati liberate o sono sopravvissute alle stragi. Non si tratta certo di obiettivi fini a sé stessi, ma di processi importanti destinati ad assicurare che ai sopravvissuti venga resa giustizia».

La raccolta di prove sui crimini commessi dall’Isis è iniziata poco dopo l’assalto dell’agosto 2014 ed è stata la stessa comunità dei sopravvissuti yazidi a portarla avanti. «Negli anni successivi – racconta Ashraph –, c’è stato un investimento significativo per far crescere le capacità tecniche e le abilità complessive delle organizzazioni della società civile yazida per mettere in piedi la documentazione necessaria per processare i colpevoli. Purtroppo molti meno fondi sono stati stanziati per sviluppare le competenze e il bagaglio tecnico delle altre comunità, fra le quali quelle sciite, turkmene, cristiane, sunnite, degli shabak, dei kakai: il risultato è che i crimini contro queste comunità spesso non ricevono l’attenzione che meriterebbero».

La presa di posizione del Regno Unito, che rafforza quella già assunta da altri 17 fra Stati e organismi internazionali sui crimini contro l’umanità commessi dai terroristi dello Stato islamico contro gli yazidi, è solo un tassello della complessa partita intrapresa da anni dalle agenzie e dal Tribunale penale internazionale dell’Onu contro l’Isis. Lo dimostra, tra l’altro, il rifiuto di Londra di accettare il rimpatrio delle decine di proprie cittadine rinchiuse nei campi profughi, come Al Hol nel nord-est della Siria, tra le quali la 23enne Shamira Begum, la cosiddetta «sposa dell’Isis» a cui il Regno Unito ha revocato la cittadinanza.

Oggi, dice la giurista, sono soprattutto tre gli ostacoli che impediscono di punire chi ha commesso il genocidio degli yazidi. Il primo è legale: «L’Iraq attualmente non dispone di una legislazione interna che consenta l’azione penale per crimini internazionali sostanziali, compresi gli stupri. Tutti i procedimenti in corso oggi o che sono stati avviati finora si sono svolti in base alle norme anti-terrorismo». Il secondo ostacolo è sociale: «Per le vittime di violenza sessuale in particolare, i costi non solo materiali della denuncia di aver subito uno stupro sono immensi. Al punto che spesso impediscono la raccolta di prove e l’avvio di un’indagine per questi crimini. Sono costi morali che variano da una comunità all’altra e possono includere aggressioni alla persona e alla sua stessa vita; l’essere etichettate come donne non coniugabili, l’ostracismo da parte della propria famiglia e della comunità». Il terzo ostacolo è finanziario: «Gli sforzi per avviare future istruttorie – ammette l’avvocata – richiedono finanziamenti internazionali cospicui e, nel caso dei gruppi non yazidi, fondi anche maggiori. Con l’intensificarsi di altri conflitti, in primis quello in Ucraina, c’è la preoccupazione diffusa che i fondi per le organizzazioni della società civile che lavorano all’interno delle varie comunità verranno tagliati».

Proprio a fronte di tutte queste criticità, dice Ashraph, per lei la più grande fonte di speranza «viene dall’energia e dall’attivismo delle donne all’interno delle comunità sopravvissute, e dall’iniziativa degli uomini che sfidano dall’interno le norme del patriarcato e che si sono fatti apripista per sostenere le donne e i loro diritti nelle varie comunità». «Le donne hanno assunto la leadership nel levare le loro voci negli ultimi anni per chiedere di mettere sotto accusa i criminali, perseguire la giustizia transizionale, e per una ricerca degli scomparsi e l’adeguata registrazione dei decessi delle vittime. Sono spesso traumatizzate eppure si ritrovano oggi a fare le capofamiglia, e resistono, con grandissima dignità, di fronte a enormi difficoltà».

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