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Nessuna pietà per le donne e i figli dell’Isis

Manuela Borraccino
30 giugno 2022
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Torniamo su una questione irrisolta: il mancato rimpatrio di decine di migliaia di donne e bambini (di 59 nazionalità diverse), familiari dei miliziani arruolati dallo Stato islamico ed oggi rinchiusi, fra miseria e violenze, nei campi profughi del Kurdistan siriano.


Shamira è nata in Gran Bretagna nel 2000 da genitori di origini bangladesi: viveva a Londra come tante altre adolescenti quando, nel 2014, venne reclutata online da estremisti islamici. Un anno dopo partiva con tre amiche alla volta della Siria, dove ha sposato un miliziano dello Stato islamico al quale ha dato due figli, morti entrambi prima che la madre compisse 18 anni. Nel 2019 il governo britannico ha revocato la cittadinanza alla giovane e le ha vietato il rientro in patria. Dichiarata apolide, oggi Shamira vive nel campo di detenzione per familiari dell’Isis ad Al Hol, nel Kurdistan siriano controllato dalle milizie curde. Il suo terzo figlio è morto lì, di polmonite, quando non aveva ancora tre settimane.

«Minaccia alla sicurezza nazionale»

Il Regno Unito ha bollato Shamira come simpatizzante dell’Isis definendola «una minaccia alla sicurezza nazionale» senza alcun riconoscimento della sua condizione di minorenne al momento del reclutamento online e del viaggio verso una zona di conflitto. In base alla legge britannica, in realtà, Shamira dovrebbe essere considerata vittima di violenza sessuale su minore dopo il suo trasferimento in Siria. «Il fatto che detenga la condizione di membro di una minoranza etnica e religiosa in Gran Bretagna rende la revoca della cittadinanza ancora più problematica», rimarca sulla rivista Foreign Affairs la giurista Fionnuala Ní Aoláin – docente di diritto alla Minnesota University e relatrice speciale delle Nazioni Unite per la tutela e la promozione dei diritti umani – che ha sollevato il caso.

Zero vie d’uscita

L’esperienza di Shamira è emblematica della condizione delle circa 60mila persone secondo le stime dell’Unicef – l’80 per cento delle quali donne e bambini – che vivono oggi nei campi di Al Hol (il più ampio, allestito nel 1991 per ospitare i profughi iracheni) e di Roj (aperto nel 2014 con identica motivazione). Da quando nel 2019 la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti ha sconfitto lo Stato islamico costringendolo a ritirarsi in porzioni di territorio circoscritte tra Iraq e Siria, è rimasta senza risposta la domanda su cosa fare delle migliaia di donne e bambini, molti provenienti dall’estero più o meno volontariamente, andati lì per vivere sotto lo Stato islamico e ora abbandonati dai loro governi all’illegalità, alla fame, alla violenza, agli abusi sessuali in questi campi, privati di assistenza sanitaria e di istruzione. Solo ad Al Hol, secondo Save the Children, circa 30mila residenti hanno meno di 12 anni.

11mila donne e bambini da 59 Paesi

Provengono da 59 nazioni gli internati ad Al Hol o Roj. Benché la maggior parte dei residenti siano siriani ed iracheni, più di 11mila vengono da altri Paesi del mondo. I quali ora rifiutano di riprenderseli. Anziché farli rientrare e mettere sotto processo coloro che si sono uniti all’Isis, queste nazioni scaricano la patata bollente sulla regione autonoma del Kurdistan siriano che non ha i mezzi per occuparsi di una popolazione traumatizzata ed è priva di qualunque riconoscimento internazionale che ne legittimi l’autorità.

Senza più patria

«Questa tolleranza per la detenzione arbitraria di massa soprattutto di donne e bambini – chiosa Ní Aoláin – è in totale violazione del sistema legale internazionale, che dovrebbe proteggere i diritti dei più piccoli. I campi di Al Hol e di Roj sono il simbolo del fallimento del mondo nel pensare ai bisogni umanitari e ai diritti umani di chi è sopravvissuto allo Stato islamico. La mancata chiusura di questi campi di detenzione minerà in modo grave la stabilità dell’intera regione e avrà conseguenze a lungo termine nell’area. Bambini cresciuti nella miseria e nella violenza possono sentirsi alienati dalla società, diventando così facili prede per il reclutamento da parte di gruppi terroristici. I vari Paesi possono anche rifiutarsi di far rientrare i loro cittadini in nome della protezione contro il terrorismo, ma nel fare questo stanno mettendo in piedi un nuovo ciclo di violenza e di esclusione».

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