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Siria, le mogli dei jihadisti all’Ue: «Fateci tornare»

Manuela Borraccino
30 settembre 2021
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Nei campi di raccolta della Siria settentrionale, in mano ai curdi ci sono circa 64mila persone, soprattutto donne e bambini legati ai combattenti dell'Isis sconfitti nel 2019. Molte le vedove che chiedono di poter tornare, con i figli, da dove sono venute.


La condizione più misera in Siria riguarda i minori e l’allarme viene ancora una volta da Save the Children: in media due bambini a settimana muoiono nel campo sfollati di Al-Hol, nel nord est del Paese, che ospita donne e bambini familiari dei miliziani dello Stato islamico (Isis) «sempre di più in stato di deperimento» avverte l’organizzazione nell’ultimo rapporto. Delle 163 persone decedute quest’anno, 62 erano bambini. La causa di morte più frequente sono gli incendi, spesso provocati da stufe e fornelli usati per cucinare e riscaldarsi: nei primi nove mesi dell’anno 13 bambini sono morti in questi incidenti. Le altre cause prevalenti sono la scarsità d’acqua e di igiene, la denutrizione e la mancanza di assistenza sanitaria: secondo l’organizzazione bambini e giovani ad Al-Hol «si stanno lasciando morire».

Migliaia di famiglie con passaporti di Ue, Canada e Usa

I campi di Al-Hol e di Roj nella provincia di Hassakah ospitano oggi circa 64mila persone, la stragrande maggioranza donne e bambini, amministrati dalle milizie curde delle Forze democratiche siriane che hanno cacciato i combattenti dello Stato islamico nel marzo 2019.

Secondo gli ultimi dati, in questi campi sarebbero circa 800 le famiglie dei foreign fighters dello Stato islamico con cittadinanza europea o statunitense, oltre a circa 2.500 persone provenienti dai Paesi dell’Europa orientale. Sostenuti dalle organizzazioni umanitarie, i curdi hanno più volte chiesto ai governi europei e del Canada di riprendersi i propri cittadini finiti nei campi profughi e di riconoscere come «vittime di guerra» donne e bambini che sono stati costretti a seguire mariti e padri miliziani dello Stato islamico.

Nei campi, separate dalle altre, vi sono anche donne estremiste mai dissociate, alle quali non è permesso avvicinare l’altra parte del campo, soprattutto per evitare vendette contro coloro che hanno abbandonato l’ideologia dei terroristi in cerca di una strada per rientrare nei loro Paesi.

La maestra francese

«Sono una cittadina francese e facevo l’insegnante. Io non volevo venire qui, ma alla fine del 2014 sono stata costretta a seguire in Siria mio marito, che all’epoca era un combattente dello Stato islamico», ha raccontato nei giorni scorsi in anonimato ad Al Monitor una donna nel capo di Roj. «Abbiamo viaggiato parecchio tra le città siriane, poi lui è stato ucciso negli scontri nel deserto siriano e sono rimasta da sola con due bambini. Siamo riusciti a fuggire e a raggiungere il campo profughi di Al-Hol: era l’unico posto dove portare al sicuro i miei figli. Non è stata una mia scelta lasciare il mio Paese e non ero d’accordo con quello che mio marito stava facendo, sono stata costretta a seguirlo. Le donne e i bambini non hanno fatto nulla di male: perché le colpe dei padri e dei mariti devono ricadere sui figli? Sono una maestra e viviamo in condizioni invivibili. Mia figlia è nata qui, non ha documenti e viene deprivata del suo diritto all’istruzione perché il nostro Paese non ci permette di tornare a casa. Siamo stati trasferiti al campo di Roj, dove molti profughi hanno passaporti europei. Ma ci tengono in un’ala diversa del campo e non ci permettono di mischiarci con gli altri residenti perché siamo accusati di essere estremisti. Non nego che possano esserci delle donne estremiste che hanno trasformato le loro tende in covi dove inculcare ai figli idee criminali, ma non si può generalizzare. I nostri Paesi devono salvare noi e le decine di migliaia di bambini privati dei loro diritti fondamentali».

Appello dell’Onu a 57 Paesi

Lo scorso febbraio un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha chiesto a 57 Paesi, compresi Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, il rimpatrio per i propri cittadini che lottano per la sopravvivenza nelle condizioni disumane di questi campi profughi. Al 20 settembre, la Gran Bretagna ha rimpatriato solo quattro bambini degli almeno 60 di nazionalità britannica che si ritiene risiedano nel campo; la Francia ne ha rimpatriati 35, ma altri 320 attendono un responso.

In più ci si è messa la pandemia: il Covid-19 ha provocato quest’anno ufficialmente 13 vittime, mentre sono 327 i casi di contagio. I numeri reali, con ogni probabilità, sono molto più alti.

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