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Femminismi, poco spazio in Nord Africa e Medio Oriente

Manuela Borraccino
14 ottobre 2021
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La denuncia di due accademiche libanesi: lungi dall’implementare la Risoluzione Onu del 1995 sull’emancipazione delle donne, in questi decenni i regimi del Medio Oriente arabo e Nord Africa hanno remato contro.


Esiste forse un «eccezionalismo arabo» che impedisce alle donne del Medio Oriente e Nord Africa di prendersi il posto che spetterebbe loro nella società, nella politica, nell’economia dei loro Paesi, a causa del peso dell’islam e della cultura patriarcale dell’area, o non si tratta piuttosto di un alibi sfruttato dai regimi per rimandare qualsiasi tentativo di inclusione di genere? Non dovrebbero essere in primo luogo i governi a mettere in piedi e applicare quei meccanismi a livello legislativo e politico grazie ai quali la maggiore partecipazione politica ed economica delle donne farebbe avanzare la democrazia e il livello di sviluppo dei rispettivi Paesi? Carmen Geha e Charlotte Karam, politologhe dell’American University of Beirut, stanno facendo discutere attiviste e studiosi del mondo arabo con un lungo articolo dal titolo «Il Femminismo di chi? Politiche di inclusione di genere nel Medio Oriente arabo e in Nord Africa» apparso sulla Sais Review of International Affairs.

Il femminismo di Stato non funziona

Ventisei anni dopo la Risoluzione Onu per il miglioramento della condizione delle donne in tutto il mondo, adottata al termine della Conferenza di Pechino del 1995, e dieci anni dopo le Primavere arabe che avevano acceso tante speranze sull’avanzamento della partecipazione e rappresentanza politica delle donne, un approccio femminista «che sia realmente inclusivo e che si traduca in prassi politiche è ancora assente dalla vita quotidiana delle donne» scrivono. «Il femminismo di Stato e i meccanismi socio-legislativi adottati continuano ad ostacolare piuttosto che a far avanzare la parità di genere» nell’area. Dopo un anno e mezzo di pandemia, i leader politici del Medio Oriente e Nord Africa affrontano diverse realtà locali, «dilaniate da conflitti interni, guerre per procura, crisi economiche, equilibrismi dettati dai regimi petroliferi dei cosiddetti Rentier States» caratterizzati da molti sussidi e poche tasse.

Il dramma del Libano e le guerre per procura

In Libano, rimarcano, la Commissione nazionale per le donne libanesi (Nclw), istituita dal governo, si rivolge esclusivamente a chi ha la cittadinanza ed esclude le lavoratrici straniere e le profughe, esponendo chi versa nel precariato lavorativo e legale a violenze e discriminazioni di ogni tipo: il governo ha ripetutamente bloccato qualsiasi tentativo delle attiviste per arrivare ad uno statuto unico. «Il Libano continua ad essere dominato da un sistema confessionale che discrimina le donne nel matrimonio, nei casi di divorzio, eredità, accesso alla giustizia»: le donne non possono neppure trasmettere la cittadinanza ai loro figli. In Yemen, Iraq e Siria i conflitti decennali hanno costretto donne e bambine alla prostituzione, alle migrazioni forzate, ai matrimoni precoci. Altissimi tassi di disoccupazione e di abbandono scolastico caratterizzano la loro condizione, mentre le istituzioni statali si disinteressano alle politiche di genere.

I paradossi delle petrolmonarchie

Nei ricchi Stati del Golfo, «il femminismo di Stato promuove la presenza delle donne nel pubblico impiego ma non applica alcuna legge per la protezione e l’accesso delle donne nel settore privato. In Kuwait, 16 anni dopo l’estensione del voto alle donne, c’è un miglioramento della partecipazione al mercato del lavoro, ma scarsissima rappresentanza delle donne a livello politico. L’Egitto, dove proprio nei giorni scorsi il presidente Abdel Fattah Al Sisi ha firmato un decreto per la nomina di 98 giudici donne nel Consiglio di Stato tra le giuriste dell’Autorità giudiziaria statale e della Procura amministrativa, secondo le studiose «offre l’esempio più amaro dello sfruttamento del femminismo di Stato per un tornaconto politico». La liberalizzazione e la crescita economica e politica non si è tradotta nella parità di genere in Egitto né ha migliorato la vita delle donne, nonostante l’Egitto abbia avuto governi che a parole hanno sostenuto le politiche di genere.

Servono alleanze e soluzioni dal basso

C’è un «crescente malcontento tra le attiviste dei nostri Paesi», osservano nel loro saggio le due studiose che hanno sfidato le narrative ufficiali sul presunto impegno dei governi per i diritti delle donne. Oggi, rimarcano, «c’è urgente bisogno di nuovi paradigmi che stringano i legami fra settore pubblico, privato, organizzazioni umanitarie internazionali e attori della società civile per cambiare le strutture oppressive e non inclusive» che relegano le donne ai margini della sfera pubblica. «Serve una mobilitazione politica dal basso che sfidi il monopolio di Stato, i guardiani dello status quo, sull’implementazione della Risoluzione di Pechino: bisogna incoraggiare il coinvolgimento degli attori locali per soluzioni locali e per farlo occorre costruire legami con attori statali e internazionali». Occorre lavorare per cambi strutturali nelle politiche che hanno un impatto nella vita quotidiana delle donne, nella protezione contro le violenze di genere e sui luoghi di lavoro, sulla presenza delle donne nei luoghi dove si prendono le decisioni. Mentre aumentano sofferenze, dolore, marginalizzazioni a vari livelli, chiosano, le soluzioni dall’alto verso il basso non sono una strada praticabile.

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