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Le notti di Beita sotto i riflettori

Paola Caridi
1 settembre 2021
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La cittadina cisgiordana di Beita, nei pressi di Nablus, è divenuta tra maggio e giugno un simbolo – suo malgrado – del confronto in corso tra i coloni israeliani e gli abitanti palestinesi.


A fare la differenza è la notte, a Beita. La cittadina cisgiordana, poco meno di ventimila abitanti a 14 chilometri di distanza da Nablus, è divenuta tra maggio e giugno un simbolo – suo malgrado – del confronto in corso tra i coloni israeliani e gli abitanti palestinesi. I primi, tutti legati all’ala più radicale del movimento delle colonie, hanno messo su con estrema rapidità un cosiddetto avamposto. L’avamposto di Evyatar (cfr anche pp. 6-7). Caravan, tende, container: quanto basta per occupare un pezzo di terra del paese di Beita, nella parte nord della Cisgiordania, segnata da una presenza diffusa di insediamenti israeliani più radicali. Niente di nuovo, ahimè, nella storia delle colonie illegali israeliane nel Territorio palestinese occupato, colonie dove vivono a oggi oltre 600mila persone.

Qualcosa di differente, però, è successo a Beita, in queste ultime settimane segnate, nel più ampio panorama israelo-palestinese, dalle proteste a Gerusalemme per impedire la cacciata degli abitanti palestinesi dalle loro case di Sheikh Jarrah, Silwan e della cornice dei quartieri attorno alla città vecchia.

A Beita gli abitanti hanno deciso di reagire alla costruzione dell’avamposto. I loro avvocati hanno presentato i documenti relativi alla terra su cui i coloni hanno insediato l’avamposto. E poi, come già successo in altre località della Cisgiordania, sono cominciate le manifestazioni quotidiane, spontanee, sostenute dal «comitato popolare» locale, represse in modo molto duro dall’esercito israeliano. Quattro i palestinesi uccisi, compresi a giugno due ragazzi di 15 e 16 anni, Ahmad Bani Shamsa e Mohammed Hamail. Trecento i feriti.

Troppo alto, il bilancio delle vittime, perché la vicenda di Beita rimanesse nascosta, lontana dai riflettori della stampa internazionale. Soprattutto nella fase di transizione tra l’ultimo governo di Benjamin Netanyahu e l’insediamento del nuovo esecutivo guidato da Naftali Bennett, figura politica molto vicina al movimento dei coloni.

Un test, insomma, per comprendere la direzione del primo governo che ha interrotto il potere di Netanyahu. A rendere ancora più rapida la decisione del governo Bennett di spegnere, almeno temporaneamente, la fiammata a Beita, sono state le modalità usate dagli abitanti palestinesi per opporsi alla colonia. Hanno occupato le notti, con azioni di disturbo per rendere impossibile la vita e il riposo dei coloni. Hanno bruciato copertoni attorno all’avamposto per rendere l’aria irrespirabile, hanno usato i clacson per rompere il silenzio, hanno usato i fuochi d’artificio e i laser verdi diretti sull’insediamento.

Risultato, solo temporaneo: i coloni hanno lasciato l’avamposto in attesa di un’indagine governativa per capire se fare l’avamposto è possibile. Sembra una contraddizione in termini, visto che il diritto internazionale vieta la costruzione di qualsiasi struttura da parte della potenza occupante (Israele) nei territori occupati (Palestina). Ma tant’è. L’importante per il governo israeliano, sembra di capire, è prendere tempo, spegnere l’attenzione, allontanare i riflettori e negoziare un compromesso. Non con i palestinesi di cui è la terra, ma con i coloni israeliani.

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