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C’era un anno fa «una ragazza tunisina»

Manuela Borraccino
26 gennaio 2021
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Non avremmo potuto raccontare la Rivoluzione dei gelsomini senza il blog di Lina Ben Mhenni, candidata al Premio Nobel per la pace nel 2011 e stroncata il 27 gennaio 2020 a soli 36 anni da una malattia autoimmune. Omaggio alla memoria.


«Non possiamo e non dobbiamo rimpiangere la dittatura: quello che stiamo vivendo oggi è il risultato dei 23 anni del regime di Ben Ali». Risuonano le parole pronunciate più volte negli anni scorsi dalla compianta Lina Ben Mhenni, mentre non è chiaro dopo giorni di lockdown e di coprifuoco totale che cosa avverrà delle richieste di migliaia di giovani che sono tornati a riempire le piazze di Tunisi e di Sidi Bouzid, dove tutto è cominciato dieci anni fa, intonando «Ve ne dovete andare» e «L’intero sistema deve esser spazzato via… Torneremo nelle strade e riconquisteremo i diritti che un’élite corrotta ci ha tolto».

Il pensiero corre a Lina, la blogger 36enne della quale domani mercoledì 27 gennaio ricorre il primo anniversario dalla morte. Era stata lei a far conoscere al mondo attraverso il suo blog A Tunisian girl  la genesi della Rivoluzione dei gelsomini ben prima del 17 dicembre 2010, quando Mohammed Bouazizi, lo Ian Palach del mondo arabo, incendiò con il suo sacrificio le piazze del Nord Africa e del Medio Oriente.

Aprile 2010, il punto di non ritorno

«Fino al 2011 – ha raccontato Lina in numerose interviste – noi non potevamo raccontare all’esterno quale fosse la situazione reale in Tunisia, non potevamo scrivere libri o intervenire sui giornali o in tivù o radio per esprimere critiche e chiedere riforme. Il regime aveva il monopolio su qualsiasi media. Sapevo che c’erano persone che venivano uccise per le loro proteste dalle forze di sicurezza. Volevo denunciare questi assassinii. Nell’aprile 2010 la polizia ha fatto irruzione in casa mia, gli agenti hanno sequestrato il pc e le mie macchine fotografiche digitali, proprio nei giorni in cui stavamo organizzando delle manifestazioni per chiedere la fine della censura. Quello è stato il punto di non ritorno per il cyber-attivismo in Tunisia, perché allora decidemmo di staccarci dai nostri monitor e di scendere in strada per dire basta alla censura».

Col Covid la peggior recessione dal 1956

Dieci anni dopo la Tunisia viene indicata dal Premio Nobel egiziano Mohammed El Baradei come l’unico parziale successo delle Primavere arabe. E tuttavia il quadro non è roseo: il reddito pro-capite è inchiodato a 11.900 dollari l’anno; il tasso di disoccupazione ufficiale è al 18 per cento, che diventa il triplo nel Sud del Paese e tra i giovani (il 40 per cento degli 11 milioni di tunisini ha meno di 25 anni); la stima di decrescita economica nel 2020 è del -4,3 per cento secondo le proiezioni del Fondo monetario internazionale; il Covid-19 potrebbe determinare la peggiore recessione dal 1956. Tutti elementi che hanno appannato le conquiste successive alla caduta di Ben Ali: un nuovo governo, una nuova costituzione, maggiori libertà democratiche.

«La rivoluzione confiscata»

Candidata al premio Nobel per la pace nel 2011, Lina Ben Mhenni aveva continuato a denunciare i tentativi di islamizzare il Paese e il deterioramento delle speranze della rivolta, soprattutto dopo i due omicidi eccellenti nel 2013 dell’avvocato Choukri Belaid e di Mohamed Brahmi, leader del Fronte popolare. «Gli obiettivi della rivoluzione – scriveva nel 2016 – non sono stati raggiunti: gli assassini dei nostri martiri sono liberi, la tortura è ancora praticata, la situazione economica è pessima. Abbiamo avuto due omicidi politici in meno di un anno: gli assassini e i mandanti sono liberi. La nostra rivoluzione è stata confiscata da vari partiti e clan: gli uomini di Ben Ali da un lato e gli islamisti dall’altro».

«L’oppressione genera estremismo»

Anche per questo, dopo gli attentati nell’annus horribilis del 2015, aveva dato vita ad una campagna per portare i libri in carcere, nella certezza che la mancanza di prospettive creasse il brodo di coltura nel quale avveniva il reclutamento di bassa manovalanza da parte dell’estremismo violento eversivo. In un rapporto del 2018 sui foreign fighters, sono risultati almeno 2.900 i tunisini partiti per ingrossare le fila degli jihadisti dello Stato islamico e circa 30 mila quelli mobilitati dalle milizie jihadiste.

«Ci sono diverse prove – spiegava nel 2016 – che alcuni entrati in carcere per piccoli reati sono usciti arruolandosi nel terrorismo jihadista. Ci sono 7.000 giovani che si trovano in carcere per consumo di cannabis: perdono il lavoro e l’accesso agli studi e diventano facilmente manipolabili dai terroristi. L’oppressione genera estremismo». Così aveva raccolto e distribuito 35 mila libri a 15 carceri, la metà dei penitenziari del suo Paese.

«Nel giusto cammino»

Oggi resta la preoccupazione per le conseguenze socioeconomiche della pandemia: si parla di almeno 407mila famiglie scivolate nella povertà estrema, mentre l’anno scorso il numero record di quasi 13mila tunisini (cinque volte i 2.654 arrivati nel 2019) si sono imbarcati per raggiungere le coste italiane: sono stati il gruppo nazionale più numeroso, vale a dire il 38 per cento, dei 34.154 sbarcati in Italia nel 2020 (11.471 è il dato del 2019).

Per questo, tra le migliaia di post nel suo francese impeccabile spiccano, oltre a quelli struggenti negli ultimi mesi sul progredire della malattia, quelli nei quali Lina spronava a guardare sempre avanti. «Stiamo vivendo un momento difficile, ma io sono sicura che lo supereremo. La democrazia non arriva per caso, ma è forgiata ogni giorno da centinaia di migliaia di gesti piccoli e grandi, da parte di individui e di gruppi. Ogni piccola vittoria mi dà la fiducia che siamo nel giusto cammino».


 

Perché Il giardino di limoni?

Il limone, dall’arabo līmūm, non è forse uno dei frutti che meglio rappresentano la solarità e i profumi del Mediterraneo? Il giardino di limoni evoca, certo, il bel film di Eran Riklis sulla storia vera dell’agricoltrice palestinese Salma Zidane. Ma, allargando lo sguardo, quest’immagine mi fa pensare anche alla capacità delle donne di prendersi cura di chiunque le circondi, si tratti di una piantina umana o vegetale, e più ancora di trarre le essenze più dolci dai frutti più aspri, trasformandole in risorse per se stesse e gli altri. Come non smettono di insegnarci migliaia di femministe che dagli albori del «secolo lungo arabo» (1916-2011), proprio come avvenuto nel resto del mondo, si battono per vincere la secolare tradizione di soggezione e asservimento delle donne, da cui non è facile liberarsi. Proveremo in questo blog a raccontare, oltre gli stereotipi e nei differenti contesti del Nord Africa e Medio Oriente, i germogli di questi laboratori e le storie di chi prepara la fioritura.

Laureata in Lettere moderne e giornalista professionista dal 1999, Manuela Borraccino ha seguito dal 1998 il Vaticano e il Medio Oriente per le agenzie Ansa (1997-2001), per l’Adnkronos (2001-2004) e per il service televisivo internazionale ROMEreports (2004-2009), per il quale ha girato e prodotto alcuni documentari sull’impegno della Chiesa cattolica nei Paesi in via di sviluppo e nella prevenzione dell’Aids. Ha scritto reportage da Israele e dai Territori palestinesi per testate italiane e straniere e ha lavorato come field producer per emittenti latino-americane nei due Conclavi del 2005 e del 2013. Ha pubblicato per le Edizioni Terra Santa e per l’Editrice La Scuola. Ha diretto per tre anni (2017-2019) il settimanale diocesano di Novara ed è cultrice della materia in Storia contemporanea presso la Libera Università di Lingue e comunicazione (Iulm) di Milano.

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