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Primavere senza fiori? Tre motivi per dubitarne

Manuela Borraccino
11 gennaio 2021
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Dieci anni dopo le rivolte arabe, che videro un'ampia partecipazione delle donne in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen e Siria, molti osservatori non hanno dubbi sul fallimento di quei rivolgimenti e delle istanze femministe. Eppure non tutto è perduto.


Che cosa ne è stato delle richieste delle donne di uguaglianza e giustizia nelle Primavere arabe? Decine di migliaia di donne avevano preso parte alle manifestazioni che avevano portato alla caduta dei regimi di Zine el-Abidine Ben Ali il 14 gennaio 2011 in Tunisia, di Hosni Mubarak l’11 febbraio in Egitto, di Mu’ammar Gheddafi ucciso il 20 ottobre 2011 in Libia e di Ali Abdullah Saleh il 27 febbraio 2012 in Yemen.

Dieci anni dopo, ricorda su Foreign Affairs il professor Marc Lynch in un articolo che val la pena leggere per intero, poche convinzioni sono più universalmente condivise di quella sul fallimento delle rivolte arabe, benché tale asserzione sia fallace tanto quanto lo erano state fino al 2011 quelle sull’inossidabilità dei dittatori costretti all’esilio o uccisi.

L’ascesa e declino dei partiti islamisti in Tunisia e in Egitto, la guerra civile in Libia e quella in Yemen, l’incubo nel quale è piombata la Siria hanno reso evidente quanto il cammino per la libertà e la parità di genere nel mondo arabo sarà ancora più lungo di quanto si prospettasse dieci anni fa. Eppure sarebbe affrettato parlare di «boccioli senza fiori» o di primavere tramutatesi in inverno, rimarca nel saggio Women’s Rights after the Arab Spring: Buds without Flowers? (Cambridge Scholars Publishing, 2019) la giurista Laura Guercio, già autrice con Valentina Grassi del bel libro Donne, pace e sicurezza tra essere e dover essere (Franco Angeli, 2018).

Tre fattori da considerare

Perché, ad ascoltare le attiviste di questi Paesi su quel che è avvenuto dopo il 2012, ci sono almeno tre fattori a ricordarci che il cammino delle donne nel mondo arabo non è iniziato nel 2011 e non si è interrotto con le contro-rivoluzioni.

1. Almeno dal 2004 aumentavano i segnali di malcontento in Tunisia e in Egitto, dal 2007 in Yemen e dopo la carestia del 2008 in Siria. Eppure nessuno aveva previsto le rivolte. Nel 2011 il 50 per cento della popolazione in Medio Oriente e Nord Africa sopravviveva con meno di 2 dollari al giorno, il 60 per cento aveva meno di 30 anni e la disoccupazione giovanile sfondava quota 40 per cento. Le richieste di giustizia, pluralismo e per un più diffuso benessere erano state sottovalutate da governi e agenzie internazionali ed oggi sono più che mai sul tappeto.

2. Le donne arabe, iraniane, turche sono spesso ritratte come vittime passive di processi di sviluppo distorti, sia a causa della religione che delle leggi islamiche. Eppure, malgrado il loro attivismo nelle rivolte le abbia esposte ad un aumento di abusi sessuali, anche dopo il 2012 non hanno mai smesso di associarsi per condurre in porto cambiamenti sociali e politici, come si vede in Egitto e in Siria.

3. In questi dieci anni l’offensiva delle monarchie del Golfo, unita al disimpegno degli Stati Uniti, ha costretto molte femministe a fare i conti con la propaganda islamista. Come dimostra il caso del Nobel conferito nel 2011 alla yemenita Tawakkol Karman, una parte di loro cerca una via islamica del femminismo. Sopravvalutare il ruolo dell’islam, però, non solo impedisce di analizzare contraddizioni sociali molto più marcate di quelle religiose (come il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro più basso del mondo, circa il 22 per cento in tutta l’area contro il 46 per cento della media mondiale), ma spegne anche le speranze e dunque la ricerca di un cambiamento.

È solo l’inizio di un nuovo ciclo

Dieci anni insomma sono un intervallo troppo breve per poter trarre un bilancio.

Il significato storico delle Primavere arabe resta quello di aver riportato sul binario del progresso il cammino di questi Paesi. Ovvero di aver dato inizio ad un nuovo ciclo, dolorosamente contrassegnato senza dubbio dall’oscurità dell’oggi, ma dal quale non si esce né al grido di «al-islam howa al-hal» [«l’islam è la soluzione»] né con le dittature militari ad oltranza.

Perché, finché i regimi al potere saranno basati su violenza, repressione e corruzione, in questa parte del mondo l’instabilità non potrà che aumentare.


 

Perché Il giardino di limoni?

Il limone, dall’arabo līmūm, non è forse uno dei frutti che meglio rappresentano la solarità e i profumi del Mediterraneo? Il giardino di limoni evoca, certo, il bel film di Eran Riklis sulla storia vera dell’agricoltrice palestinese Salma Zidane. Ma, allargando lo sguardo, quest’immagine mi fa pensare anche alla capacità delle donne di prendersi cura di chiunque le circondi, si tratti di una piantina umana o vegetale, e più ancora di trarre le essenze più dolci dai frutti più aspri, trasformandole in risorse per se stesse e gli altri. Come non smettono di insegnarci migliaia di femministe che dagli albori del «secolo lungo arabo» (1916-2011), proprio come avvenuto nel resto del mondo, si battono per vincere la secolare tradizione di soggezione e asservimento delle donne, da cui non è facile liberarsi. Proveremo in questo blog a raccontare, oltre gli stereotipi e nei differenti contesti del Nord Africa e Medio Oriente, i germogli di questi laboratori e le storie di chi prepara la fioritura.

Laureata in Lettere moderne e giornalista professionista dal 1999, Manuela Borraccino ha seguito dal 1998 il Vaticano e il Medio Oriente per le agenzie Ansa (1997-2001), per l’Adnkronos (2001-2004) e per il service televisivo internazionale ROMEreports (2004-2009), per il quale ha girato e prodotto alcuni documentari sull’impegno della Chiesa cattolica nei Paesi in via di sviluppo e nella prevenzione dell’Aids. Ha scritto reportage da Israele e dai Territori palestinesi per testate italiane e straniere e ha lavorato come field producer per emittenti latino-americane nei due Conclavi del 2005 e del 2013. Ha pubblicato per le Edizioni Terra Santa e per l’Editrice La Scuola. Ha diretto per tre anni (2017-2019) il settimanale diocesano di Novara ed è cultrice della materia in Storia contemporanea presso la Libera Università di Lingue e comunicazione (Iulm) di Milano.

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