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Sul ring in nome delle donne

Manuela Borraccino
12 febbraio 2021
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Piovono critiche sulla prima donna pugile egiziana. Ma lei fa spallucce: se lo sport può aiutare tante donne ad acquisire sicurezza e a ribellarsi alle violenze, dice, ben venga. Intanto anche al Cairo cresce il Movimento #MeToo.


È divenuta la prima atleta di arti marziali miste (MMA, acronimo dall’inglese Mixed Martial Arts) in Egitto ed oggi fa parte, unica donna e la prima ad esservi entrata per questa disciplina, della nazionale egiziana guidata dal capitano Mohamed Abdel Hameed. Ma l’ambizione della 29enne Aya Saied Saied non è solo quella di infrangere gli stereotipi che vedono tutti gli sport di combattimento a contatto un esclusivo campo maschile: «In questi anni ho incontrato molte donne appassionate di questo sport: vorrei davvero incoraggiare ciascuna di loro a proseguire senza mai arrendersi, né davanti alla fatica richiesta dagli allenamenti, né davanti alle critiche che ci vengono rivolte per l’impegno in uno sport considerato poco femminile».

Dal tatami al ring

Aya ha iniziato judo a 10 anni e, dopo esser divenuta cintura marrone, è entrata nella nazionale di kung fu vincendo diversi tornei. Da allora ha avuto la fortuna di incontrare dei buoni allenatori che, come il marito e la figlia, l’hanno esortata a proseguire. Proveniente da uno dei sobborghi del Cairo meno abbienti e più tradizionalisti, è stata bersaglio di critiche di ogni tipo. «Mi dicevano che sembravo un uomo e non una donna. Ho avuto momenti di profonda depressione, ma mio padre mi ha sempre incoraggiato a proseguire» ha raccontato al quotidiano Al Monitor.

Sfida al maschilismo

Quello che forse i suoi detrattori non le perdonano è la sfida aperta alla cultura patriarcale: da tre anni è diventata istruttrice di altri marziali per altre donne e formatrice di allenatori, con il sogno di mettere in piedi la prima squadra nazionale femminile di arti marziali miste in Egitto. In un Paese in cui un sondaggio delle Nazioni Unite del 2013 denunciava che il 99 per cento delle donne egiziane aveva sperimentato forme di abusi sessuali, Aya ha avviato corsi di autodifesa per le donne: «Vorrei che le donne non solo praticassero questo sport, ma che lo rendessero una parte importante della loro vita, come mezzo per difendersi in ogni situazione», ha detto.

Le speranze delle donne nel 2011

Durante i 18 giorni che portarono alla caduta del presidente Hosni Mubarak sembrava che soffiasse un vento di cambiamento in piazza Tahrir anche per le donne. Ma proprio l’11 febbraio 2011, il giorno delle dimissioni di Mubarak quando decine di migliaia di egiziani si erano riversati nelle strade per festeggiare, la corrispondente della tivù statunitense CBS Lara Logan subiva un assalto sessuale da parte di un gruppo di uomini nei pressi di piazza Tahrir. Ed in un rapporto del 2017 della Fondazione Thomson Reuters Il Cairo è risultata la città più pericolosa al mondo per le donne.

Social, spazio pubblico «sicuro»

Negli ultimi anni tuttavia sembra che almeno nella megalopoli del Cairo segreti a lungo soppressi stiano lentamente affiorando, e con essi le speranze che il Paese possa sperimentare un movimento femminista capace di sfidare la cultura di impunità che da sempre accompagna la violenza sulle donne in Egitto. Durante l’estate del 2020 centinaia di testimonianze online su account anonimi – come quello Instagram @assaultpolice – salutati dalle attiviste per i diritti delle donne come una sorta di spazio pubblico «sicuro» per le vittime, hanno portato le forze dell’ordine ad aprire inchieste su due presunti casi di stupro che hanno coinvolto giovani rampolli di famiglie agiate e influenti. Proprio quello spazio, lo scorso luglio, ha portato all’arresto di Ahmed Bassem Zaki, un ex studente dell’American University al Cairo accusato di aver violentato almeno sette ragazze fra cui una minorenne e di averne molestate diverse decine fra il 2016 e il 2020 con ricatti sessuali online, tramite il cosiddetto sex extortion o revenge porn. L’altro caso che sta scuotendo l’opinione pubblica egiziana, anch’esso scaturito dalle denunce sui social, è il cosiddetto Affaire Fairmont: la polizia ha spiccato otto mandati d’arresto per otto giovani accusati di uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza avvenuto nell’estate 2014 durante una festa privata nell’hotel di lusso Fairmont Nile City. Tre degli accusati sono stati estradati dal Libano e, come nel caso di Zaki, risultano tutti appartenenti a famiglie facoltose.

Cambio di paradigma?

«Il fatto stesso che venga aperta un’inchiesta su un caso avvenuto sei anni fa rappresenta un’assoluta novità nel nostro sistema giudiziario. Anche per questo sono convinta che si tratti di un cambio di paradigma» rimarca Nehad Abul Komsan, direttrice del Centro egiziano per i diritti delle donne. Secondo Nehad Abul Komsan le donne devono mantenere il fronte unito di fronte agli abusi e all’oppressione, senza cedere a chi cerca di dividerle fra ricche e povere. Tutte le famiglie si sentono minacciate da quanto le molestie potrebbero pregiudicare il futuro delle figlie, chances di matrimonio etc. Non c’è differenza fra ragazze ricche e povere su questo tema».

Certo, il contesto egiziano è molto diverso rispetto a quello statunitense che ha portato un anno fa alla condanna definitiva a 23 anni di carcere di Harvey Weinstein. Ma, con tutti i limiti, cresce anche sulle sponde del Nilo il #MetooMovement proprio sull’onda delle denunce affiorate anche grazie allo spazio pubblico offerto dai social media.


 

Perché Il giardino di limoni?

Il limone, dall’arabo līmūm, non è forse uno dei frutti che meglio rappresentano la solarità e i profumi del Mediterraneo? Il giardino di limoni evoca, certo, il bel film di Eran Riklis sulla storia vera dell’agricoltrice palestinese Salma Zidane. Ma, allargando lo sguardo, quest’immagine mi fa pensare anche alla capacità delle donne di prendersi cura di chiunque le circondi, si tratti di una piantina umana o vegetale, e più ancora di trarre le essenze più dolci dai frutti più aspri, trasformandole in risorse per se stesse e gli altri. Come non smettono di insegnarci migliaia di femministe che dagli albori del «secolo lungo arabo» (1916-2011), proprio come avvenuto nel resto del mondo, si battono per vincere la secolare tradizione di soggezione e asservimento delle donne, da cui non è facile liberarsi. Proveremo in questo blog a raccontare, oltre gli stereotipi e nei differenti contesti del Nord Africa e Medio Oriente, i germogli di questi laboratori e le storie di chi prepara la fioritura.

Laureata in Lettere moderne e giornalista professionista dal 1999, Manuela Borraccino ha seguito dal 1998 il Vaticano e il Medio Oriente per le agenzie Ansa (1997-2001), per l’Adnkronos (2001-2004) e per il service televisivo internazionale ROMEreports (2004-2009), per il quale ha girato e prodotto alcuni documentari sull’impegno della Chiesa cattolica nei Paesi in via di sviluppo e nella prevenzione dell’Aids. Ha scritto reportage da Israele e dai Territori palestinesi per testate italiane e straniere e ha lavorato come field producer per emittenti latino-americane nei due Conclavi del 2005 e del 2013. Ha pubblicato per le Edizioni Terra Santa e per l’Editrice La Scuola. Ha diretto per tre anni (2017-2019) il settimanale diocesano di Novara ed è cultrice della materia in Storia contemporanea presso la Libera Università di Lingue e comunicazione (Iulm) di Milano.

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