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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Il Caos contestato

Laura Silvia Battaglia
23 gennaio 2020
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Tra le produzioni israeliane di maggior successo, la serie televisiva Fauda, su Netflix, ha ottenuto apprezzamenti anche all’estero. Ma c'è chi la contesta per gli stereotipi che alimenta.


È polemica in Israele per la serie tivù Fauda («Caos» in arabo) che dilaga in ogni dispositivo che dia accesso ai contenuti Netflix. Al centro di questa serie televisiva – che racconta la storia di un’unità israeliana sotto copertura, i mistaravim, i cui commando svolgono missioni nei territori palestinesi occupati travestiti da arabi – c’è l’idea stessa che la popolazione israeliana ha dei suoi vicini, e ci sono le rivendicazioni ma anche le paure e le mistificazioni.

Il punto più alto della polemica è stato raggiunto con il commento della giornalista e attivista politica israeliana Orly Noy sulla testata elettronica Middle East Eye, ma in realtà segue gli intensi dibattiti tra spettatori, critici e intellettuali che animano i social media e i programmi televisivi.

«Ogni volta che guido o mi fermo a un semaforo rosso e vedo una di queste immagini promozionali, rabbrividisco per la vergogna – scrive Orly Noy, ebrea nata in Iran –. La guardo e penso all’incredibile cinismo e alla spudorata arroganza di questa comunicazione».

Fauda, tra le produzioni israeliane di maggior successo mai realizzate, ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Nata per Netflix nel 2015, è diventata una serie amata anche all’estero. I creatori della serie sono il giornalista Avi Issacharoff e l’attore Lior Raz, che si sono basati sulle loro esperienze nell’unità di commando Duvdevan dell’esercito israeliano. Tra i consulenti alla sceneggiatura ci sono Gonen Ben-Yitzhak, ex coordinatore della sicurezza israeliana, e Aviram Elad, anche lui ex membro di Duvdevan.

Se le prime due stagioni si sono concentrate sulle operazioni sotto copertura dell’unità nella Cisgiordania occupata, la terza stagione, appena iniziata, riguarda le operazioni a Gaza. Prima dell’inizio della stagione in corso, i produttori hanno lanciato una campagna pubblicitaria aggressiva che ha inondato le strade di Israele con enormi cartelloni pubblicitari.

Le pubblicità della nuova stagione ritraggono il volto di un attore contuso e insanguinato accanto al messaggio Benvenuti a Gaza, scritto in inglese ma usando le lettere dell’alfabeto ebraico. La Noy continua: «Sì certo, benvenuti a Gaza. Benvenuti nel ghetto le cui uscite Israele ha bloccato per oltre un decennio, punendo più di due milioni di persone con una morte lenta. Questo, a quanto pare, è il nuovo parco giochi virtuale per soddisfare il bisogno del brivido degli spettatori israeliani. Il messaggio è espresso in inglese per enfatizzare ulteriormente il modello americano di questo genere di intrattenimento».

Su alcuni siti israeliani la nuova serie viene salutata come particolarmente eccitante e piena di suspence: «Fauda e i suoi agenti mistaravim sotto copertura comandati da Doron tornano per un’altra stagione intensa ed emozionante. La loro missione principale questa volta è danneggiare la struttura di Hamas in Cisgiordania e catturare a Gaza il comandante della sua ala militare».

Secondo la Noy questa serie è estremamente mistificatoria: «Come in un gioco della playstation, lo spettatore può distendersi e lasciarsi trascinare dal dramma, mentre scene tragiche si svolgono a Gaza sotto i suoi occhi da telespettatore. In sostanza, la vergognosa condizione di due milioni di persone sotto assedio diventa semplicemente un palcoscenico funzionale a questa trama».

Per Noy, la serie sfrutta – ma nello stesso tempo alimenta – l’ignoranza degli israeliani ordinari che non hanno mai messo piede né in Cisgiordania né a Gaza, e duplica la paura primordiale che questo conflitto genera. Inoltre, prosegue nel solco dell’esotizzazione dei palestinesi sotto occupazione. Per la stragrande maggioranza del pubblico ebraico israeliano, l’azione – ambientata a Gaza e in Cisgiordania – descrive luoghi avvolti da oscurità. Nablus, Ramallah, Jenin sono tutti posti che simboleggiano i regni del mondo infernale in cui «i nostri ragazzi» (ossia i giovani militari israeliani, come vengono apostrofati nella serie Fauda) entrano ed escono con coraggio.

Eroismo, paura ed esotismo sono le leve che Netflix utilizza per attrarre a sé il pubblico di Fauda, ma i curatori e gli autori della serie respingono le critiche sostenendo che hanno creato dei personaggi complessi, e non una divisione manichea in buoni e cattivi, dove gli israeliani sono i buoni tout court.

Come altri intellettuali, soprattutto palestinesi, Noy mantiene le posizioni: «È immorale – incalza – trasformare la sofferenza della vittima in intrattenimento per chi la tormenta. È immorale soccombere a una dipendenza da adrenalina a spese di coloro che sono nel mirino delle nostre armi. Gaza non è un palcoscenico per una serie drammatica; è un luogo reale con persone reali che vivono sofferenze indescrivibili che noi israeliani imponiamo loro ogni singolo giorno».

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