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Energia, l’Iraq aggira le sanzioni all’Iran

Laura Silvia Battaglia
24 luglio 2019
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Determinata nel chiedere a tutti gli alleati di affiancarla nelle sanzioni che ha decretato contro l'Iran, Washington sembra chiudere un occhio verso l'Iraq, il quale ha estremo bisogno dell'energia che gli fornisce Teheran.


Quello che non sta riuscendo ai Paesi europei sembra stia riuscendo all’Iraq. Da quando gli Stati Uniti hanno imposto nuove e dure sanzioni contro l’Iran, molti Paesi che dipendevano dalle forniture iraniane per l’energia, il petrolio, e altri commerci e transazioni, sono costrette a rivedere accordi e strategie. Ma se i Paesi europei possono guardare ad altri mercati, non lo stesso possono fare altre nazioni in via di sviluppo. Per ironia della sorte, con tutta la quantità di petrolio e di potenziale energia elettrica prodotta dalle sue dighe, l’Iraq è uno di questi. E così sta creando una «scappatoia» finanziaria per continuare ad acquistare gas ed elettricità vitali al Paese dall’Iran, suo partner strategico e politico, nonostante le sanzioni statunitensi.

La «misura speciale» permetterebbe all’Iraq di pagare in dinari iracheni per l’energia iraniana importata (prevalentemente gas), soldi che l’Iran potrebbe utilizzare per acquistare esclusivamente beni umanitari. Ne riferisce l’Agenzia France Presse citando tre alti funzionari iracheni.

Questa soluzione permetterebbe a Baghdad di mantenere le luci accese in tutto il Paese ed evitare le proteste inevitabili della popolazione, senza innescare gli effetti invalidanti delle sanzioni statunitensi. Si tratta di un’azione da equilibristi, considerando che l’Iraq si muove come un funambolo in modo sempre più precario tra i suoi due principali alleati del dopo-guerra: Teheran e Washington.

Si sa comunque che raggiungere questa soluzione non è stato facile: la misura speciale è il prodotto di mesi di colloqui tra funzionari iracheni, iraniani e statunitensi. «Il governo iracheno continuerà a pagare l’Iran per il gas, depositando solo dinari iracheni su un conto bancario speciale all’interno dell’Iraq», ha spiegato uno dei funzionari. «L’Iran – ha proseguito – non sarà in grado di ritirare il denaro, ma sarà in grado di usarlo per acquistare beni al di fuori dell’Iraq».

Del resto, l’Iraq è in debito nei confronti dell’Iran: secondo il ministro iraniano del petrolio Bijan Zangeneh, l’Iraq ha un conto in sospeso di circa 2 miliardi di dollari per i precedenti acquisti di gas ed elettricità da Teheran. Tutto sembra essere comunque accaduto alla luce del sole: sempre Afp riporta che Washington è a conoscenza della creazione del meccanismo, anche se l’ambasciata Usa a Baghdad si è rifiutata di commentare, e l’ambasciata iraniana non ha risposto alla richiesta di conferme dell’agenzia francese.

Per le autorità irachene non c’è altro modo per l’Iraq di saldare i debiti con l’Iran. Non si sa ancora se i pagamenti sul nuovo conto bancario siano già iniziati. Negli anni scorsi gli Stati Uniti hanno cercato di spingere l’Iraq ad affrancarsi dalle forniture energetiche iraniane, ma senza successo. Baghdad sostiene che ci vorranno almeno altri quattro anni per potere azzerare il debito, senza contare che comunque bisognerebbe riammodernarne il sistema, ben funzionante ai tempi di Saddam, ma distrutto da anni di guerra e incuria. Al momento, l’Iraq importa circa 1.400 megawatt di elettricità e 28 milioni di metri cubi di gas per le sue centrali elettriche dal vicino Iran, che insieme costituiscono circa un terzo delle forniture di energia interna dell’Iraq.


 

Perché Diwan

La parola araba, di origine probabilmente persiana, diwan significa di tutto un po’. Ma si tratta di concetti solo apparentemente lontani, in quanto tutti legati dalla comune etimologia del “radunare”, del “mettere insieme”. Così, diwan può voler dire “registro” che in poesia equivale al “canzoniere”. Dove registro significa anche l’ambiente in cui si conserva e si raduna l’insieme dei documenti utili, ad esempio, per il passaggio delle merci e per l’imposizione dei dazi, nelle dogane. Diwan, per estensione, significa anche amministrazione della cosa pubblica e, per ulteriore analogia, ministero. Diwan è anche il luogo fisico dove ci si raduna, si discute, si controllano i registri (o i canzonieri) seduti (per meglio dire, quasi distesi) comodamente per sfogliarli. Questo spiega perché diwan sia anche il divano, il luogo perfetto per rilassarsi, concentrarsi, leggere.

Questo blog vuole essere appunto un diwan: un luogo comodo dove leggere libri e canzonieri, letteratura e poesia, ma dove anche discutere di cose scomode e/o urticanti: leggi imposte, confini e blocchi fisici per uomini e merci, amministrazione e politica nel Vicino Oriente. Cominciando, conformemente all’origine della parola diwan, dall’area del Golfo, vero cuore degli appetiti regionali, che alcuni vorrebbero tutto arabo e altri continuano a chiamare “persico”.

Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista specializzata in Medio Oriente e zone di conflitto, è nata a Catania e vive tra Milano e Sana’a (Yemen). È corrispondente da Sana’a per varie testate straniere.

Tra i media italiani, collabora con quotidiani (Avvenire, La Stampa, Il Fatto Quotidiano), reti radiofoniche (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 – Agenda del mondo, RAI News 24), magazine (D – Repubblica delle Donne, Panorama, Donna Moderna, Jesus), testate digitali e siti web (Il Reportage, Il Caffè dei giornalisti, The Post Internazionale, Eastmagazine.eu). Cura il programma Cous Cous Tv, sulle televisioni nel mondo arabo, per TV2000.

Ha girato, autoprodotto e venduto otto video documentari. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello debole, Giornalisti del Mediterraneo. Insegna come docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, alla Nicolò Cusano di Roma, al Vesalius College di Bruxelles e al Reuters Institute di Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (BeccoGiallo, aprile 2017).

 

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