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Gerusalemme, le Chiese solidali con il Patriarcato greco-ortodosso

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12 giugno 2019
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Gerusalemme, le Chiese solidali con il Patriarcato greco-ortodosso
L’Imperial Hotel (a sin.) e il Petra Hotel (a destra), due dei tre immobili al centro delle cause civili intentate dal Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme. (foto Juandev / Wikimedia Commons)

Il 10 giugno anche la Corte suprema di Israele ha riconosciuto valida la vendita a un'organizzazione ebraica di tre immobili del Patriarcato greco-ortodosso, che si considera truffato. I capi delle Chiese contestano la sentenza.


(c.l.) – Pochi giorni fa, il 10 giugno, la Corte suprema israeliana ha respinto il ricorso del Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme che chiedeva di annullare la controversa vendita di tre edifici ad esso appartenuti fino al 2004. I tre stabili si trovano presso la Porta di Jaffa, nella città vecchia di Gerusalemme. Le proprietà in questione furono acquistate tramite intermediari stranieri da tre società che agivano per conto dell’organizzazione ebraica Ateret Cohanim, che appartiene alla galassia «dei gruppi di coloni estremisti» come hanno scritto i 13 patriarchi e capi delle Chiese cristiane di Terra Santa, in una dichiarazione pubblicata in arabo il 12 giugno 2019 sul sito del Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme. L’organizzazione ebraica fu creata nel 1978 e opera per acquistare edifici palestinesi trasferendoli agli ebrei israeliani.

Se la decisione della Corte ha confermato una sentenza pronunciata due anni fa da una magistratura di grado inferiore, vale a dire il Tribunale distrettuale di Gerusalemme, le Chiese di Terra Santa affermano tuttavia di voler continuare a «sostenere fermamente» la Chiesa greco-ortodossa. Secondo gli ecclesiastici, «tentare di compromettere l’esistenza di una singola Chiesa qui, equivarrebbe a minare tutte le Chiese e la più ampia comunità cristiana del mondo intero».

A difesa dei propri legittimi interessi, il Patriarcato greco-ortodosso ha sostenuto negli ultimi anni la natura fraudolenta dell’operazione di compravendita del 2004, cosa che renderebbe invalidi quegli atti. Non solo perché gli immobili furono alienati senza l’autorizzazione del sinodo (l’organismo collegiale che si occupa di questioni ecclesiastiche e dei dettagli amministrativi della Chiesa greco-ortodossa di Gerusalemme), ma anche perché il responsabile finanziario dell’epoca sarebbe stato corrotto da Ateret Conhanim (regalie; fissazione del prezzo di vendita degli edifici inferiore al valore di mercato). Secondo i giudici, però, la Chiesa non è stata in grado di presentare sufficienti prove a sostegno della sua tesi. Il Patriarcato greco-ortodosso, in una dichiarazione ufficiale rilasciata dopo la proclamazione del verdetto, ha ribadito con fermezza «la sua totale opposizione alle decisioni ingiuste dei tribunali israeliani».

Le Chiese di Terra Santa contro la sentenza

Per il Patriarcato, come per le altre chiese di Gerusalemme, il problema è chiaro. Lo dice la dichiarazione congiunta: «Gli attacchi del gruppo estremista che tenta di impossessarsi delle proprietà ortodosse della Porta di Giaffa riguardano non solo i diritti di proprietà della Chiesa ortodossa di Gerusalemme, ma anche la protezione dello status quo per tutti i cristiani della città santa e minacciano la presenza cristiana originaria in Terra Santa» (per intendersi, lo status quo è l’insieme di regole che governa le relazioni tra le varie comunità religiose all’interno della città santa, così come i diritti loro riconosciuti dalle pubbliche autorità – ndr).

Per questa ragione i leader delle Chiese cristiane, rifiutandosi di mettere un punto al caso trattato dalla Corte in sette giorni (una «rapidità» che tra di loro ha suscitato «grande sorpresa»), chiedono espressamente che «la sentenza della Corte sia riconsiderata». Ancora una volta gli ecclesiastici chiedono a «tutti i dirigenti politici influenti, ai leader delle nazioni e tutte le persone di buona volontà del mondo intero di unirsi [a loro] per ottenere una soluzione accettabile in questo caso, così da preservare lo status quo e per garantire la sicurezza della comunità cristiana».

Le Chiese sono particolarmente preoccupate anche per il cambiamento concreto che tale trasferimento di proprietà può causare nella Città santa. Non solo per una questione di fisionomia, ma anche e soprattutto per il rispetto del carattere universale e inclusivo di Gerusalemme.

Al fianco del patriarca greco-ortodosso Theophilos III, gli altri 12 rappresentanti delle Chiese cristiane di Gerusalemme – tra i quali ci sono il patriarca armeno Nourhan Manougian, l’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, e fra Francesco Patton, Custode di Terra Santa – riaffermano insieme «la convinzione che l’esistenza di una comunità cristiana a Gerusalemme sia essenziale per la preservazione di quella comunità storicamente diversificata che è Gerusalemme e costituisca un prerequisito per la pace in questa città, il cui mosaico deve essere multiculturale e multireligioso».

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