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Quelli che… provano a fermare il deserto coi droni

Laura Silvia Battaglia
19 giugno 2019
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Due giovani del Sud Sudan, appassionati di tecnologia come tanti coetanei di tutto il mondo, utilizzano i droni per studiare la desertificazione in atto. E pensano di fermare il deserto spargendo sementi d'albero dal cielo.


Combattere la desertificazione con droni «armati» (di semi) si può. Questa che appare come una diavoleria tecnologica, non è un’invenzione americana, ma sudanese. Anzi, sud-sudanese. Ed è anche un’invenzione che è stata presentata in tivù, segno che davvero tutto il mondo è Paese. L’ha scoperta la regista Lucy Provan che ne ha fatto anche un film per l’emittente al Jazeera (vai al video). Una storia appassionante e terribile allo stesso tempo. Il programma televisivo Mashrouy mette in competizione tra loro le start-up nazionali. Così, in mezzo a invenzioni improbabili, tra cui macchine per la raffinazione dell’oro, protesi dentali mobili realizzate con tecnologie digitali e mobili di palma, tra i concorrenti passano anche Mohammed e Hatem. I due, appassionati di robotica, hanno costruito una serie di droni grazie a dei tutorial online. E per cinque anni hanno messo su un progetto ambizioso, convinti che la robotica possa offrire una risposta ai problemi del mondo. La loro idea è piantare alberi con i droni. Perché la desertificazione, oltre che le sanzioni imposte al Paese dopo la guerra, stanno rendendo sempre più difficile la vita in Sudan. E per questo motivo, in Africa subsahariana stanno nascendo molti progetti ambientalisti per ripiantare alberi. Quello di Mohammad e Hatem è davvero bizzarro e geniale: con questa tecnica robotica, peraltro, i due inventori stanno anche documentando l’impatto del cambiamento climatico su molti agricoltori, sulle persone, sugli abitanti.

Nella zona di Shamalia, ad esempio, l’arido stato del Nord Sudan, a sei ore da Khartoum, i palmeti verdi che proteggevano i villaggi sono morti o sono stati abbattuti per alimentare l’industria dell’olio di palma. Così, le tempeste di sabbia, senza trovare argini, hanno generato il caos: molti villaggi sono finiti, letteralmente, sotto la sabbia. Il problema è talmente grande, in questa zona del Sudan, che le persone descrivono il deserto come «il diavolo», poiché molte persone sono morte durante le tempeste di sabbia. Un avvenimento piuttosto inusuale in migliaia di anni, da quelle parti, ma che è effetto dell’impatto del cambiamento climatico su queste regioni. Mohammad e Hatem, al momento, hanno deciso di sfidare il deserto e sognano di rabbonirlo al più presto.


 

Perché Diwan

La parola araba, di origine probabilmente persiana, diwan significa di tutto un po’. Ma si tratta di concetti solo apparentemente lontani, in quanto tutti legati dalla comune etimologia del “radunare”, del “mettere insieme”. Così, diwan può voler dire “registro” che in poesia equivale al “canzoniere”. Dove registro significa anche l’ambiente in cui si conserva e si raduna l’insieme dei documenti utili, ad esempio, per il passaggio delle merci e per l’imposizione dei dazi, nelle dogane. Diwan, per estensione, significa anche amministrazione della cosa pubblica e, per ulteriore analogia, ministero. Diwan è anche il luogo fisico dove ci si raduna, si discute, si controllano i registri (o i canzonieri) seduti (per meglio dire, quasi distesi) comodamente per sfogliarli. Questo spiega perché diwan sia anche il divano, il luogo perfetto per rilassarsi, concentrarsi, leggere.

Questo blog vuole essere appunto un diwan: un luogo comodo dove leggere libri e canzonieri, letteratura e poesia, ma dove anche discutere di cose scomode e/o urticanti: leggi imposte, confini e blocchi fisici per uomini e merci, amministrazione e politica nel Vicino Oriente. Cominciando, conformemente all’origine della parola diwan, dall’area del Golfo, vero cuore degli appetiti regionali, che alcuni vorrebbero tutto arabo e altri continuano a chiamare “persico”.

Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista specializzata in Medio Oriente e zone di conflitto, è nata a Catania e vive tra Milano e Sana’a (Yemen). È corrispondente da Sana’a per varie testate straniere.

Tra i media italiani, collabora con quotidiani (Avvenire, La Stampa, Il Fatto Quotidiano), reti radiofoniche (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 – Agenda del mondo, RAI News 24), magazine (D – Repubblica delle Donne, Panorama, Donna Moderna, Jesus), testate digitali e siti web (Il Reportage, Il Caffè dei giornalisti, The Post Internazionale, Eastmagazine.eu). Cura il programma Cous Cous Tv, sulle televisioni nel mondo arabo, per TV2000.

Ha girato, autoprodotto e venduto otto video documentari. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello debole, Giornalisti del Mediterraneo. Insegna come docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, alla Nicolò Cusano di Roma, al Vesalius College di Bruxelles e al Reuters Institute di Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (BeccoGiallo, aprile 2017).

 

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