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La buon costume di Juba

Laura Silvia Battaglia
21 maggio 2019
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Nella capitale del Sud Sudan la polizia ha deciso di mettere un argine ai locali notturni. Non sono posti adatti alle donne, dicono le autorità, preoccupate soprattutto per le frequentatrici minorenni.


Stretta decisa nei confronti del «popolo della notte» in Sud Sudan, Paese al sesto anno di guerra civile e che sta recuperando a poco a poco, dopo un accordo di pace dello scorso settembre, una certa normalità.

A Juba, la capitale, stanno per essere messi al bando tutti i locali notturni e saranno limitate gli orari di apertura. Il motivo sarebbero gli «atti immorali» che accadono nei locali notturni, secondo le motivazioni addotte dalla presidenza del Paese. Il divieto è esteso ai bar e agli spettacoli di musica notturna nella città di Juba, ma il governatore della regione, Augustino Jadalla Wani, ha rimarcato, in un video pubblicato su Facebook che, mentre i night club verranno chiusi, i bar dovranno solo rispettare un orario di apertura e chiusura limitato alla prima serata.

Pare che una delle ragioni della chiusura delle discoteche sia l’accesso sempre maggiore di donne e di ragazze giovani. Secondo il governatore le ragazze sarebbero «addirittura 13enni». Quindi, Wani ha promesso serietà: «Quello che sta accadendo in quei luoghi è davvero molto pericoloso per il futuro di questo Paese. Siamo seri e faremo in modo che le discoteche non funzionino più». Wani ha anche detto che a Juba le coppie che si presenteranno alla reception di un hotel dovranno produrre un certificato di matrimonio.

La stretta moralizzatrice in Sud Sudan è solo la misura finale che segue un certo numero di arresti: a Juba, infatti, dove i locali notturni sono una delle poche possibilità di svago per i giovani in cerca di divertimento, le donne sud-sudanesi vengono regolarmente arrestate nel corso dei raid, con la motivazione che i locali notturni non sono adatti alle donne sposate. La polizia ritiene inaccettabile che le donne sposate trascorrano «la notte fuori», anche se alcuni club servono solo il tè e non l’alcol. Se n’è avuta la conferma, quando, dopo un raid nel 2016, il commissario di polizia John Akot Maluth ebbe a dichiarare che «i club non sono posti per le donne perché le donne hanno altri doveri da svolgere a casa, come prendersi cura dei bambini». Non solo. Maluth si sarebbe scagliato anche contro i cinema: «Non è bello nella nostra cultura che donne e uomini guardino film insieme di notte perché possono accadere molte cose. E questo è ciò che non vogliamo», ha detto.


 

Perché Diwan

La parola araba, di origine probabilmente persiana, diwan significa di tutto un po’. Ma si tratta di concetti solo apparentemente lontani, in quanto tutti legati dalla comune etimologia del “radunare”, del “mettere insieme”. Così, diwan può voler dire “registro” che in poesia equivale al “canzoniere”. Dove registro significa anche l’ambiente in cui si conserva e si raduna l’insieme dei documenti utili, ad esempio, per il passaggio delle merci e per l’imposizione dei dazi, nelle dogane. Diwan, per estensione, significa anche amministrazione della cosa pubblica e, per ulteriore analogia, ministero. Diwan è anche il luogo fisico dove ci si raduna, si discute, si controllano i registri (o i canzonieri) seduti (per meglio dire, quasi distesi) comodamente per sfogliarli. Questo spiega perché diwan sia anche il divano, il luogo perfetto per rilassarsi, concentrarsi, leggere.

Questo blog vuole essere appunto un diwan: un luogo comodo dove leggere libri e canzonieri, letteratura e poesia, ma dove anche discutere di cose scomode e/o urticanti: leggi imposte, confini e blocchi fisici per uomini e merci, amministrazione e politica nel Vicino Oriente. Cominciando, conformemente all’origine della parola diwan, dall’area del Golfo, vero cuore degli appetiti regionali, che alcuni vorrebbero tutto arabo e altri continuano a chiamare “persico”.

Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista specializzata in Medio Oriente e zone di conflitto, è nata a Catania e vive tra Milano e Sana’a (Yemen). È corrispondente da Sana’a per varie testate straniere.

Tra i media italiani, collabora con quotidiani (Avvenire, La Stampa, Il Fatto Quotidiano), reti radiofoniche (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 – Agenda del mondo, RAI News 24), magazine (D – Repubblica delle Donne, Panorama, Donna Moderna, Jesus), testate digitali e siti web (Il Reportage, Il Caffè dei giornalisti, The Post Internazionale, Eastmagazine.eu). Cura il programma Cous Cous Tv, sulle televisioni nel mondo arabo, per TV2000.

Ha girato, autoprodotto e venduto otto video documentari. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello debole, Giornalisti del Mediterraneo. Insegna come docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, alla Nicolò Cusano di Roma, al Vesalius College di Bruxelles e al Reuters Institute di Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (BeccoGiallo, aprile 2017).

 

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