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Conflitto religioso e cultura tribale: il caso di el-Karm

Elisa Ferrero
7 giugno 2016
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Nelle ultime due settimane a el-Karm, villaggio  in provincia di el-Minya (Alto Egitto), vi sono stati nuovi scontri tra musulmani e copti. Le cronache potrebbero far pensare all’ennesimo episodio di conflitto settario dalle dinamiche trite e ritrite. Invece c'è una serie di elementi emblematici e decisivi.


Quel che è accaduto nelle ultime due settimane a el-Karm, piccolo villaggio della provincia di el-Minya in Alto Egitto, può sembrare, a un’occhiata superficiale, l’ennesimo episodio di conflitto settario dalle dinamiche trite e ritrite e dalla conclusione scontata. La vicenda di el-Karm, però, dipinge un quadro ben più complesso, nel quale sono tratteggiate molte delle problematiche che oggi attraversano la società egiziana, nel mezzo delle quali emerge alta la richiesta di affermare lo Stato di diritto sulle logiche tribali e settarie.

A raccontare l’accaduto, in una dichiarazione ufficiale, è l’arcivescovo copto ortodosso di el-Minya anba Makarius. Il 19 maggio, a el-Karm iniziano a circolare voci sulla presunta relazione illecita fra un cristiano, Ashraf Abduh Attiyya, e una musulmana sposata. La famiglia del ragazzo riceve esplicite minacce da parte di estremisti musulmani locali e lui scappa. I suoi genitori, invece, si recano dalla polizia per segnalare le minacce ricevute, ma restano inascoltati. Il giorno successivo, alle 8 di sera, una trentina di estremisti musulmani armati attaccano la casa del ragazzo e altre case dei vicini, appiccando il fuoco. Aggrediscono anche l’anziana madre del ragazzo, Soad Thabet, 70 anni. La portano fuori casa, la spogliano, la picchiano e la trascinano per strada. Le forze di sicurezza arrivano solo due ore dopo, arrestando una decina di persone. Soad Thabet – come racconterà più tardi ad anba Makarius – riesce a ripararsi sotto un carro e a fuggire, aiutata da una vicina musulmana che le dà anche qualcosa per coprirsi. La vicenda resta nascosta per quattro giorni. Poi, riportata da alcuni giornalisti copti, irrompe sui social network e si diffonde a macchia d’olio. L’aggressione all’anziana donna, in particolare, fa insorgere il web e i mass media non possono più ignorare l’accaduto.

Le autorità locali cercano di minimizzare. Tarek Masr, governatore di el-Minya ed ex generale della Sicurezza di Stato, conferma che l’attacco alle case dei copti è avvenuto, ma non l’aggressione all’anziana. Il sindaco di el-Karm, Omar Gharib, sostiene che c’è stata solo una lite fra signore. Nel frattempo, si muove la Bayt al-‘Aila (la Casa della famiglia), sorta di task force interreligiosa (costituita dallo sheykh di al-Azhar e da funzionari della chiesa copta) che sempre interviene nei casi di conflitto settario. La soluzione proposta è la solita: una «assemblea di riconciliazione» con i notabili del luogo e i rappresentanti religiosi, cioè una specie di consiglio tribale incaricato di trovare una mediazione secondo la legge consuetudinaria. Parallelamente, Soad Thabet appare in video per perdonare i suoi aggressori. Persino alcuni parlamentari copti spingono per riportare subito l’armonia nel villaggio e dimenticare la faccenda.

Intanto, emergono altri particolari sull’accaduto. Si fa viva Nagwa Ragab Fouad, la donna musulmana accusata di avere una relazione con il ragazzo copto, rivelando che a mettere in giro le voci sulla sua relazione con Attiyya sarebbe stato suo marito, socio del giovane. Avendola lui divorziata una settimana prima, sperava, diffondendo menzogne su di lei, di strapparle il diritto alla custodia dei figli. L’uomo, ora, oltre all’arresto per l’aggressione ai copti, deve anche far fronte alla denuncia per diffamazione dell’ex moglie. Inoltre, alcuni reportage, come quello del quotidiano al-Ahram, rivelano che alcuni degli uomini arrestati per le violenze di el-Karm sono in realtà musulmani accorsi in aiuto dei copti! I racconti della gente del villaggio sono unanimi nel lodare l’intervento dei vicini musulmani a protezione delle famiglie cristiane, ma la polizia pare aver agito senza discernere.

L’assemblea di riconciliazione, infine, si tiene nella casa del sindaco di el-Karm. A questo punto, però, accade qualcosa di nuovo. Poiché spesso queste assemblee penalizzano i copti, frequentemente costretti all’esilio “temporaneo” per amor della pace sociale, molti egiziani, fra cui tanti musulmani, insorgono un’altra volta sul web, rifiutando questa pratica e chiedendo l’applicazione della legge. La rivolta, però, non si limita alla Rete. Anba Makarius, portavoce ufficiale della Chiesa copta sulla questione, non partecipa all’assemblea. Abbandonando la diplomazia che lo aveva caratterizzato fino a poco prima, dichiara che le assemblee di riconciliazione sono inutili senza l’applicazione della legge, anzi la soffocano. Prima deve venire la legge, poi le assemblee possono servire per ricucire il tessuto sociale. Dopotutto, dice, «siamo uno Stato, non una tribù, la giustizia consuetudinaria non può essere un’alternativa alle istituzioni dello Stato». E secondo lui, il presidente Abdel Fatah al-Sisi sarebbe dalla sua parte, avendo esortato il governo pubblicamente, qualche giorno prima, a perseguire i colpevoli.  

Nella vicenda di el-Karm, dunque, c’è tutto un insieme di elementi: la strumentalizzazione del conflitto settario per interessi personali; l’estremismo religioso che va a coniugarsi alla cultura tribale dell’onore e della vendetta; la resistenza quotidiana di musulmani e cristiani semplici, solidali fra loro; la latitanza di uno Stato autoritario che, quando si tratta di proteggere le minoranze, usa la mano morbida; la Chiesa copta che, sotto la spada di Damocle degli islamisti, fatica a smarcarsi dalla (incerta) tutela del regime e a reclamare a voce alta i propri diritti; la lotta per uno Stato di diritto che passa anche per il corpo e i diritti delle donne; l’anima democratica dell’Egitto che cerca, nonostante tutto e contro tutti, di far sentire la propria voce, per tentare di ristabilire qualche diritto. L’Egitto è in cammino.

 


Perché “Kushari”

Il kushari è un piatto squisitamente egiziano. Mescolando ingredienti apparentemente inconciliabili fra loro, in un amalgama improbabile fatto di pasta, riso, lenticchie, hummus, pomodoro, aglio, cipolla e spezie, pare sfuggire a qualsiasi logica culinaria. Eppure, se cucinati da mani esperte, gli ingredienti si fondono armoniosamente in una pietanza deliziosa dal sapore unico nel mondo arabo. Quale miglior metafora per l’Egitto di oggi? Un Egitto in rivoluzione che tenta di fondere mille anime, antiche e recenti, in una nuova identità, che alcuni vorrebbero monolitica e altri multicolore. Mille anime che potrebbero idealmente unirsi, come gli ingredienti del kushari, per dar vita a un sapore unico e squisito, o che potrebbero annientarsi fra acute discordanze. Un Egitto in cammino che è impossibile cogliere da una sola angolatura. È questo l’Egitto che si tenterà di raccontare in questo blog.

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