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Artisti mediorientali contemporanei al Guggenheim di New York

Eleonora Prandi
6 giugno 2016
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Artisti mediorientali contemporanei al Guggenheim di New York
Una delle sale della mostra. (foto Guggenheim Museum)

Al Museo Guggenheim di New York sarà aperta fino al 5 ottobre 2016 la mostra But a Storm Is Blowing from Paradise: Contemporary Art of the Middle East and North Africa. Con 17 opere di 18 artisti.


Sarà aperta fino al 5 ottobre 2016 al Museo Guggenheim di New York la mostra But a Storm Is Blowing from Paradise: Contemporary Art of the Middle East and North Africa, che pone al centro dell’attenzione molti artisti contemporanei provenienti da diversi luoghi del Medio Oriente e del Nord Africa.

L’esposizione è il terzo stadio dell’iniziativa The Guggenheim UBS MAP Global Art, un progetto volto a porre i riflettori sugli artisti del Sud e Sud-Est asiatico, dell’America Latina, del Medio Oriente e del Nord Africa. Un’iniziativa che ha consentito di ampliare in tre anni la collezione del Guggenheim con più di 125 nuove opere di vario genere.

But a Storm Is Blowing from Paradise è composta da 18 opere, molte delle quali di grandi dimensioni, di 17 artisti diversi. La mostra, installata su due livelli nella Tower Gallery del Guggenheim, trae il titolo da un’opera di Rokni Haerizadeh, che a sua volta cita il filosofo tedesco Walter Benjamin.

Sara Raza, responsabile del progetto, spiega alla stampa: «La mostra consente agli spettatori di partecipare a una serie di esperienze comuni agli artisti, fornendo una varietà di punti di vista e idee differenti. Un concetto comune a tutte le installazioni è la volontà di mostrare la migrazione di idee e popoli in un’epoca di angoscia, quando le libertà civili e la libertà di movimento sono sotto attacco. In secondo luogo l’architettura è vista come uno strumento ideologico, in particolare in riferimento alle ex potenze coloniali che hanno modellato le regioni mediorientali».

 

 

La curatrice Sara Raza e alcuni artisti spiegano il senso della mostra (in inglese)

 

Opere come Latent Images, Diary of a Photographer, 177 Days of Performances di Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, installazione composta da 354 libri, disposti su 177 scaffali di metallo, che pretende di contenere descrizioni scritte di foto scattate da un fotografo immaginario, Abdallah Farah, durante la guerra civile in Libano o Flying Carpets, di Nadia Kaabi-Linke, una struttura di acciaio che proietta nella galleria ombre che evocano i contorni di tappeti, a rappresentare le continue migrazioni delle popolazioni del Nord Africa.

«Questa mostra, con le sue idee stimolanti e strategie artistiche senza compromessi, ci aiuta a riflettere su regioni cruciali nel mondo di oggi. Lavorando con artisti di diverse regioni del mondo e il pubblico, siamo in grado di aprire la discussione riguardante diverse storie espresse attraverso l’arte e di creare un museo che rappresenti più fedelmente il mondo in cui viviamo», ha dichiarato Richard Armstrong, direttore del Museo Solomon R. Guggenheim e della Fondazione omonima.

La mostra, proprio per il suo impatto e la rilevanza dei temi trattati, nel 2017 verrà riallestita nel Museo Pera di Istanbul.

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