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La guerra al niqab e l’identità dell’Egitto

di Elisa Ferrero
13 ottobre 2015
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Se qualcuno pensa che il dibattito sul velo islamico impazzi solo nei paesi occidentali, non è a conoscenza di quanto accade in Egitto, dove questo dibattito, ancora più infiammato, riemerge periodicamente con maggiore o minore virulenza, ma non è mai sopito. La diatriba riguarda soprattutto il niqab, il velo che lascia scoperti solo gli occhi delle donne.


Se qualcuno pensa che il dibattito sul velo islamico impazzi solo nei paesi occidentali, non è a conoscenza di quanto accade in Egitto, dove questo dibattito, ancora più infiammato, riemerge periodicamente con maggiore o minore virulenza, ma non è mai sopito. La diatriba riguarda soprattutto il niqab, velo (per lo più di colore nero) che lascia scoperti solo gli occhi, mentre il più comune hijab, che avvolge il capo lasciando visibile il volto, è ormai da lungo tempo socialmente accettato.

L’ultima fiammata di questo dibattito è stata accesa da Gaber Nassar, rettore dell’Università del Cairo, il quale, il 29 settembre, ha decretato che «al personale docente dell’Ateneo di tutte le facoltà, e di tutti gli istituti universitari, non è permesso indossare il niqab durante le lezioni, né in classe, né in laboratorio». Questo perché il niqab renderebbe difficile la comunicazione con gli studenti, specie quelli dei corsi di lingue, dunque sarebbe un ostacolo all’avanzamento del processo educativo. Poi, una decina di giorni dopo, a buttare benzina sul fuoco, è arrivata la decisione della Suprema commissione elettorale di vietare l’accesso al voto alle donne con il niqab, a meno che prima queste non permettano che la loro identità sia verificata mostrando il volto al personale del seggio.

Non è la prima volta che in Egitto si stabiliscono divieti di questo tipo, sempre seguiti da proteste, ricorsi e lunghe cause legali. Nel 2008, per esempio, fu proibito di indossare il niqab alle infermiere, colpendo, nelle regioni di Kafr el-Sheykh, Beheira e al-Sharqiyya, fra il 35 e il 50 per cento di lavoratrici nel settore ospedaliero. Le motivazioni del divieto, in questo caso, erano che il niqab, oltre a ostacolare la comunicazione e l’empatia con il paziente, poteva essere ricettacolo di germi. Nel 2010, invece, un tribunale egiziano proibì il niqab alle studentesse universitarie, temendo che sotto quel velo le ragazze potessero scambiarsi l’una con l’altra in occasione degli esami. E molte altre professioni chiedono alle donne di rinunciare al niqab, osteggiato dalla società anche per ragioni di sicurezza, perché – spesso si sente dire – chiunque potrebbe nascondersi là sotto, dagli studenti goliardici che vogliono entrare di nascosto nei dormitori femminili delle università (come raccontano alcune leggende metropolitane) ai ladruncoli, dai malfattori professionisti ai terroristi senza scrupoli.

Ogni volta che un’autorità emana un divieto di questo tipo, una parte della società (non solo islamista) si ribella, invocando la libertà individuale tutelata dalla Costituzione e sentenze come quella della Suprema corte amministrativa del 2001, che decretò che solo la donna ha il diritto di decidere come vestirsi. Nel 2012, dopo la rivoluzione, i sostenitori della libertà individuale festeggiarono la decisione del ministro dell’Aviazione di ammettere in Egyptair assistenti di volo con l’hijab e, poco dopo, comparve in tivù la prima presentatrice velata. Ai difensori della libertà individuale, di solito, si oppongono i fautori della necessità di limitarla in nome del pubblico interesse (anch’esso tutelato dalla Costituzione), per esempio attraverso l’imposizione di regole professionali mirate all’interesse degli «utenti».  

Ma cosa dicono i «religiosi», visto che l’uso del niqab è motivato religiosamente? La decisione del rettore Gaber Nassar ha punto sul vivo gli islamisti. I Fratelli Musulmani l’hanno subito buttata in politica, dichiarando che la mossa del rettore è solo un modo per ingraziarsi il regime impegnato nella lotta contro gli islamisti. Ancora più infuriati gli ambienti salafiti, le cui donne si distinguono spesso, per l’appunto, dal niqab. Yasser Borhami, noto esponente della maggiore organizzazione salafita egiziana, ha affermato che la decisione di Nassar va contro Corano, Sunna e Costituzione, tutti quanti insieme. Illustri rappresentanti dell’Università di al-Azhar, tuttavia, si sono spesso pronunciati contro il niqab, sostenendo che si tratti invece di una tradizione preislamica. È questo il caso, per esempio, dello sheykh Mohammed Sayyed al-Tantawi che, nel 2009, durante la visita a una scuola affiliata alla sua università, chiese a una studentessa di levarsi il niqab (che lei aveva indossato in suo onore!), perché non era ammesso dall’islam.

E tanto per complicare le cose, nemmeno fra i salafiti c’è unanimità sull’argomento. Osama al-Qawsi, altro predicatore salafita, ha affermato pubblicamente che il niqab è una tradizione beduina, pertanto non è obbligatorio indossarlo e l’autorità ha tutto il diritto di proibirlo, se lo reputa necessario.

Fra islamisti che s’improvvisano difensori della libertà individuale laica, e paladini laici della riforma religiosa, il dibattito sul niqab prosegue acceso, parallelo al dibattito sull’identità della nazione: l’Egitto è davvero un paese «istintivamente laico», come ha recentemente affermato il ministro della Cultura? O somiglia forse più ai salafiti che, infuriati dalle parole del ministro, hanno preteso da lui delle scuse al Paese, a dir loro scioccato da una simile affermazione?

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