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In Egitto il ripensamento del rapporto fra religione e politica

di Elisa Ferrero
28 settembre 2015
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Eliminati dalla scena politica i Fratelli Musulmani, l’Egitto sembra ora intenzionato a far cadere la scure anche sugli altri partiti islamisti, soprattutto quelli salafiti. È infatti da poco stata lanciata una nuova campagna popolare di raccolta firme per spingere la Commissione per i partiti politici e l’autorità giudiziaria a bandire tutte le formazioni politiche su base religiosa.


Eliminati dalla scena politica i Fratelli Musulmani, l’Egitto sembra ora intenzionato a far cadere la scure anche sugli altri partiti islamisti, soprattutto quelli salafiti. È infatti da poco stata lanciata una nuova campagna popolare di raccolta firme per spingere la Commissione per i partiti politici e l’autorità giudiziaria a bandire tutte le formazioni politiche su base religiosa. La campagna No ai partiti religiosi fa appello all’articolo 74 della nuova Costituzione, che vieta qualsiasi attività politica su base religiosa o che discrimini i cittadini secondo il sesso, l’origine, la fede e la provenienza geografica. L’iniziativa è stata lanciata da alcuni fondatori di Tamarrud (la campagna popolare che portò alla rivolta contro Mohammed Morsi nel 2013) e vuole raccogliere venticinque milioni di firme.

Nel mirino della nuova campagna c’è soprattutto il partito salafita al-Nour, il quale si difende in ugual modo brandendo un articolo costituzionale, il ben noto articolo 2 (risalente agli anni Ottanta del secolo scorso) che sancisce la sharia come fonte principale delle leggi. In base a questo articolo, secondo al-Nour, sarebbero i partiti laici a essere incostituzionali e dunque, grazie alle ambiguità e contraddizioni che ancora affliggono la nuova Costituzione, si profila una dura battaglia legale.

Nel frattempo, per dimostrare di essere un partito aperto a tutti, al-Nour è riuscito a coinvolgere nelle proprie liste elettorali anche alcuni copti che, in dissidio con la propria leadership, vogliono a loro volta affermare la propria libertà politica rispetto alla Chiesa. Solo che, così facendo, questi copti finiscono per dare legittimità al discorso discriminatorio di al-Nour, che non ha rinunciato né alla richiesta di un’applicazione stretta della sharia, né a trattare i cristiani e le donne come cittadini di serie B. Ciò ha causato l’ira di papa Tawadros che, il primo agosto scorso, ha dato istruzioni verbali per l’identificazione di tutti i copti entrati nei partiti salafiti con lo scopo di espellerli dalla Chiesa. Con questo atto, però, papa Tawadros ha paradossalmente confermato l’ingerenza ecclesiastica che quei copti dissidenti volevano contestare entrando nelle liste elettorali salafite.

Infine, è entrato in scena il governo. Il ministero degli Affari religiosi (Awqaf) ha pubblicamente appoggiato la campagna No ai partiti religiosi. Inoltre, il 24 agosto, ha deciso che tutti gli imam affiliati al ministero, concorrenti alle prossime elezioni parlamentari, non potranno più predicare in moschea, per evitare lo sfruttamento del pulpito a fini politici. Non solo; gli imam che si candideranno senza richiedere prima il permesso al ministero saranno privati della loro funzione e d’ogni altro privilegio. Una mossa dettata dalla sincera volontà di separare religione e politica, oppure dal desiderio di occultare l’attacco in corso ai salafiti sotto la bandiera della par condicio? I salafiti sono stati utili alleati nello scalzare i Fratelli Musulmani dal governo, ma sono anche temibili concorrenti politici, considerando che alle elezioni parlamentari del 2012 avevano conquistato il 25 per cento dei seggi.

È innegabile, tuttavia, che il ruolo della religione nella vita pubblica sia oggi rimesso fortemente in discussione in Egitto. Fra i tanti piccoli segni che suggeriscono un cambiamento in corso, c’è un sondaggio del Centro egiziano per le ricerche sull’opinione pubblica (Egyptian Center for Public Opinion Research – Baseera) che rivela come il 48 per cento degli egiziani respinga i partiti religiosi, mentre il 23 per cento resta indeciso e il 29 per cento li approva. Fra i laureati, la percentuale di chi rifiuta i partiti religiosi sale addirittura al 67 per cento, mentre resta bassa nelle zone rurali dell’Alto Egitto. Per non parlare, poi, delle numerose campagne contro l’ateismo sferrate negli ultimi mesi, che stanno per lo meno a indicare – se non un aumento della «perdita della fede» – una profonda crisi del rapporto con la religione tradizionale e istituzionale, soprattutto fra le giovani generazioni.

Le elezioni parlamentari si avvicinano e il dibattito sui partiti religiosi, e sul ruolo della religione in politica, si fa rovente. La necessità di un rinnovamento del discorso religioso è sempre più sentita. Riuscirà la società egiziana a sfruttare il momento propizio per rielaborare il rapporto fra religione e vita pubblica in senso più democratico?

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