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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia.

Scomparsi

di Elisa Ferrero
22 giugno 2015
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La mattina del 17 giugno, in occasione dell’inizio del mese di Ramadan, il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi ha concesso l’amnistia a 165 prigionieri accusati di aver violato la legge anti-proteste. La sera dello stesso giorno, però, un’ex studentessa di vent’anni, che nel 2014 aveva partecipato a una protesta, veniva prelevata da ignoti per strada. Il suo è solo uno dei molti casi di arresti illegali che in Egitto affiorano dalle cronache d'ogni giorno.


La mattina del 17 giugno, in occasione dell’inizio del mese di Ramadan, il presidente Abdel Fattah el-Sisi ha concesso l’amnistia a 165 prigionieri accusati di aver violato la legge anti-proteste. La sera dello stesso giorno, l’ex studentessa di al-Azhar Emad Gad, vent’anni, sospesa dall’università nel 2014 per aver partecipato a una protesta, è stata prelevata da «ignoti» sulla via del ritorno dal lavoro. Di lei, finora, non si è saputo più nulla. Quella di Emad è solo l’ultima di una lunga catena di sparizioni che negli ultimi mesi sono andate aumentando paurosamente. L’associazione Libertà per il coraggioso ha stilato un rapporto nel quale ha contato, fra aprile e giugno di quest’anno, 163 casi di sparizioni e detenzioni illegali. Solo poco più di una sessantina sono tornati a casa, dopo essere stati bendati, portati in luoghi sconosciuti, interrogati e torturati. Gli altri sono ancora detenuti o scomparsi. Fra questi c’è anche Magdi Ashour, uno dei protagonisti del documentario The Square.

Il caso che ha fatto più scalpore, però, è stato quello di un’altra ragazza giovanissima: Esraa el Taweel, 23 anni, fotografa freelance. Il 25 gennaio 2014, terzo anniversario della rivoluzione, mentre documentava una manifestazione, Esraa era stata ferita da una pallottola che le aveva causato una semiparalisi. Per sei mesi aveva dovuto muoversi su una sedia a rotelle, solo da poco aveva ricominciato a camminare con l’aiuto di stampelle. In seguito al proprio ferimento, si era allontanata da manifestazioni e politica, dedicandosi a se stessa, ma questo non le è servito a nulla. La vendetta della Sicurezza di Stato l’ha colpita comunque. Esraa è stata rapita il primo giugno assieme a due suoi amici con i quali era andata a cena. Per due settimane la famiglia l’ha cercata ovunque, implorando notizie. Molte persone, su mass media e social network, si sono mobilitate per rintracciarla. Il padre, per trovare la figlia, ha persino partecipato telefonicamente a una trasmissione di ONTV, durante la quale ha affrontato il ministro dell’Interno in persona, mettendolo sotto torchio. Finalmente, il 16 giugno, un’amica di Esraa l’ha trovata nel carcere femminile di al-Qanater e ne ha dato notizia. Il 17 giugno, Esraa è ricomparsa ufficialmente davanti alla Procura della Sicurezza di Stato per il suo secondo interrogatorio, mentre una fonte giudiziaria non ufficiale affermava che sia l’arresto di Esraa, sia il suo primo interrogatorio (del quale non si era saputo nulla), erano stati regolari. Le accuse rivolte alla ragazza sono di appartenere alla Fratellanza Musulmana e diffondere immagini e notizie false riguardanti la crudeltà delle forze di sicurezza. L’interrogatorio di Esraa è stato aggiornato al 28 giugno. Resta in carcere, ma almeno si sa che è viva.

Un destino molto più triste è invece toccato allo studente di ingegneria Islam Ateeto, prelevato il 19 maggio dall’Università Ayn Shams del Cairo, mentre dava un esame. È stato ritrovato il giorno dopo, senza vita. In corpo aveva cinque colpi di pistola, diverse ossa rotte e segni di tortura. La versione ufficiale del ministero dell’Interno è che Islam sarebbe morto durante una sparatoria, nel tentativo di assassinare un poliziotto. Le telecamere dentro e attorno all’università, per non parlare dei compagni di Islam, raccontano tuttavia un’altra storia.

Dunque, da un lato ci sono il continuo abuso della legge e dell’articolo 54 della Costituzione (che vieta le detenzioni illegali), l’efferata violenza della Sicurezza di Stato e la sistematica vendetta contro i «giovani della rivoluzione», attivisti e persone comuni; dall’altro ci sono l’amnistia del presidente e la sua sbandierata magnanimità. Il bastone e la carota. Carota che, però, è riservata solo agli oppositori considerati più innocui, mentre per tutti gli altri, come il celebre Alaa Abdel Fattah (non incluso nell’amnistia), c’è solo il bastone.

A dare speranza, tuttavia, c’è il grido disperato e rabbioso del padre di Esraa – «Mi dica dov’è, ya fandem! Mi dica dov’è!» – sbattuto coraggiosamente in faccia al ministro dell’Interno che cercava di tergiversare. Grido raccolto da sette ragazze, altrettanto coraggiose, che hanno portato le foto di Esraa e dei suoi due amici sotto le finestre del palazzo presidenziale. Assieme alle foto, dei cartelli con alcune domande pungenti dirette al capo dello Stato. Il 14 giugno queste ragazze erano solo sette, ma il 21 giugno donne e ragazze sono tornate a decine a manifestare davanti al palazzo presidenziale.

Metà della popolazione egiziana ha meno di 25 anni. Si può tentare di cancellare o estenuare un’intera generazione, ma altre stanno già crescendo, pronte a portare a compimento il lavoro iniziato in piazza Tahrir nel 2011. Già si capisce che le donne, in questo, avranno un grande ruolo.

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