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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Il ritorno della divisa

di Elisa Ferrero
10 luglio 2015
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Era da un bel po’ che non si vedeva il presidente Abdel Fattahel-Sisi in divisa militare. L’ex generale l’aveva abbandonata il giorno in cui aveva annunciato di volersi candidare alla guida del Paese, il 26 marzo 2014. Da allora era sempre apparso in abiti civili, fino a quest’ultima, difficilissima settimana. Una settimana di attentati, guerriglia, omicidi oscuri e tensione.


Era da un bel po’ che non si vedeva il presidente Abdel Fattahel-Sisi in divisa militare. L’ex generale l’aveva abbandonata il giorno in cui aveva annunciato di volersi candidare alla guida del Paese, il 26 marzo 2014. Da allora era sempre apparso in abiti civili, fino a quest’ultima, difficilissima settimana. Avrebbe dovuto essere una settimana di festeggiamenti per l’anniversario delle manifestazioni di massa del 30 giugno 2013 contro l’ex presidente Mohammed Morsi, destituito il 3 luglio dello stesso anno. Invece, è stata una settimana di attentati, guerriglia, omicidi oscuri e tensione.

Si è cominciato lunedì 20 giugno, con l’attentato in cui ha perso la vita il procuratore generale della Repubblica Hisham Barakat. I terroristi, questa volta, sono riusciti a colpire un pezzo grosso del regime. Il giorno dopo, in mezzo ad altri piccoli attentati riusciti o falliti, un’autobomba ha ucciso tre persone vicino alla stazione di polizia della Città del 6 Ottobre, a qualche decina di chilometri dal Cairo. Ma quel che ha tenuto con il fiato sospeso l’Egitto per una giornata intera è stato l’attacco militare che il gruppo Provincia del Sinai, affiliato all’Isis, ha sferrato il 1 luglio nel nord della penisola, contro la città di SheykhZoweid. Le notizie verificate e confermate su quel che è accaduto sono poche, perché la zona è off limits per i giornalisti, ma le notizie al di fuori dei canali ufficiali fornite da attivisti e altre persone del posto, attraverso i social network o contatti diretti con giornalisti basati altrove, hanno permesso di farsi un’idea più o meno chiara di quel che è successo.

Alle 6 del mattino del 1 luglio, i jihadisti hanno lanciato un attacco simultaneo a diversi checkpoint militari (una ventina secondo i jihadisti). Dopo aver colpito, però, invece di ritirarsi come succedeva in passato, hanno dato inizio a un confronto aperto con l’esercito per ore e ore. Hanno assediato e tentato di impossessarsi della stazione di polizia di SheykhZoweid, città di circa 55mila abitanti a sedici chilometri dalla striscia di Gaza, disseminandodi esplosivo la strada che conduceva a quel luogo.Gli abitanti della città, terrorizzati, si sono barricati in casa, mentre i jihadisti prendevano posizione sui tetti delle abitazioni. Si racconta che alcune persone, rifiutando di far salire sul proprio tetto i miliziani, siano state freddate senza scrupoli. La sensazione era che i jihadisti intendessero conquistare la città per tenersela, primo passo verso lacreazione di una vera e propria provincia dello Stato Islamico nel Sinai.

L’esercito egiziano, a questo punto, è intervenuto duramente. Nonostante le notizie contraddittorie, tutte le fonti concordano, da un lato, sull’eccezionalità dell’attacco sferrato dal gruppo terroristico, non più semplice attentato come negli episodi passati, ma vera e propria azione di guerra; dall’altro, le fonti concordano sulla sconfitta subita dai jihadisti per mano dei militari egiziani. Il gruppo di miliziani (le fonti parlano di 300-400) era armato fino ai denti. Aveva lanciarazzi e missili anticarro, tanto che gli elicotteri Apache dell’esercito egiziano non sono bastati. Sono dovuti intervenire gli F16 che, sempre secondo fonti locali, avrebbero iniziato a bombardare in modo mirato tutte le postazioni che i miliziani avevano occupato a SheykhZoweid. Intanto, il primo ministro Ibrahim Mehleb parlava esplicitamente di «stato di guerra». La battaglia è andata avanti fino a sera, quando i jihadisti (come han dichiarato loro stessi) si sono ritirati.

Fonti ufficiali delle forze armate hanno parlato di 17 morti fra i militari e 100 fra i terroristi. Altre fonti danno numeri maggiori per i militari e minori per i jihadisti, ma nel complesso si parla sempre di un centinaio di morti. L’incognita più grande è il numero delle vittime civili, il cui soccorso è stato ostacolato gravemente dall’esplosivo disseminato dai jihadisti sulla via di accesso alla città.

Ora, SheykhZoweid sta cercando di riprendersi, mentre nella zona continuano i raid dell’esercito egiziano. Nel frattempo, però, nel tumulto della situazione, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in un appartamento della Città del 6 Ottobre per arrestare nove membri della Fratellanza Musulmana. Secondo fonti ufficiali, i nove avrebbero fatto resistenza, ne sarebbe scaturita una sparatoria e questi sarebbero stati uccisi. Sono in molti, tuttavia, a sospettare che si sarebbe trattato di un’esecuzione a sangue freddo, forse per vendicare l’assassinio del procuratore generale. Un omicidio extragiudiziale, insomma, che non promette nulla di buono. E contemporaneamente, è stata annunciata una nuova legge antiterrorismo che fa prevedere un ulteriore giro di vite per i diritti e le libertà individuali, mentre el-Sisi ha affermato che, d’ora in poi, le sentenze nei casi di terrorismo saranno applicate per direttissima, incluse le sentenze di morte.

Sabato 4 luglio, el-Sisi si è recato nel nord del Sinai per ispezionare e ringraziare le truppe che hanno respinto l’attacco dei jihadisti a SheykhZoweid. Nel farlo ha indossato la divisa militare. Nulla di strano se il presidente (che è anche capo delle forze armate) visita una zona di guerra con abiti militari. Tuttavia, il simbolismo di quest’atto è stato forte e pochi l’hanno preso come un buon auspicio.

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