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Domenica 8 giugno col Papa invochiamo la pace per la Terra Santa

Giampiero Sandionigi
5 giugno 2014
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Domenica 8 giugno col Papa invochiamo la pace per la Terra Santa
Papa Francesco con il presidente israeliano Shimon Peres il 26 maggio scorso a Gerusalemme. (Foto: Yonatan Sindel/Flash90)

Si avvicina la preghiera per la pace che Papa Francesco ha proposto ai presidenti israeliano e palestinese, attesi in Vaticano domenica 8 giugno. Accanto a Shimon Peres e Mahmoud Abbas è annunciata anche la presenza del patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I. Sarà un evento spirituale, senza risvolti politici o diplomatici.


Ama ripeterlo Papa Francesco: «In tutto il mondo dobbiamo creare e incoraggiare una cultura dell’incontro». Tutti sappiamo quanto sia arduo incontrarsi, accogliersi e comprendersi quando quotidiani oltraggi e risentimenti atavici si perpetuano e autoalimentano. In questi casi, chi è credente si rivolge a Dio per chiedergli di sanare le ferite che non si rimarginano o, almeno, di rianimare chi, vinto e sfiduciato, sta per gettare la spugna.

L’invocazione per la pace che nel pomeriggio di domenica 8 giugno è convocata in Vaticano, per iniziativa del Papa, è da leggere probabilmente così.

L’appuntamento è una sorta di appendice ideale al recente pellegrinaggio in Terra Santa. Rivolto al presidente palestinese Mahmoud Abbas e a quello israeliano Shimon Peres, Francesco li ha invitati a riunirsi nuovamente con lui in preghiera per la pace. La proposta è stata subito accolta, anche perché il mandato presidenziale di Peres scade a giorni (il 10 giugno la Knesset eleggerà il suo successore). Oltre ai due illustri ospiti mediorientali in Vaticano è atteso anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, una volta ancora al fianco del Papa.

L’evento di domenica non dovrebbe avere alcun sapore politico e neppure diplomatico. Si pone, semmai, nel solco della grande veglia e digiuno per la Siria convocata il 7 settembre 2013 in piazza San Pietro. Ma le similitudini non sono molte: stavolta non sarà un incontro di popolo e neppure un momento corale. Contemporaneamente e dallo stesso luogo, ciascuno dei partecipanti si rivolgerà al Cielo invocando la pace. Sarà come riconoscere che da soli ci siamo persi, che le strade degli uomini non si incrociano più e che c’è bisogno di nuova luce dall’Alto, di nuovo coraggio, nuove energie, nuova generosità. Nuova capacità di sognare e osare, seminata a piene mani tra donne e uomini di buona volontà, al di qua e al di là dei muri.

Anche se non saremo fisicamente presenti in Vaticano, tutti siamo invitati a metterci in profonda sintonia con questo gesto. Lo ha detto il Papa stesso nell’udienza generale del 28 maggio scorso: «Per favore, chiedo a voi di non lasciarci soli: voi pregate, pregate tanto perché il Signore ci dia la pace, ci dia la pace in quella terra benedetta! Conto sulle vostre preghiere. Forte, pregate, in questo tempo, pregate tanto perché venga la pace».

L’Azione cattolica argentina ha accolto la richiesta proponendo un piccolo gesto per venerdì 6 giugno alle ore 13.00: un minuto di raccoglimento in vista del momento di preghiera dell’8 giugno. L’idea è stata rilanciata dal Forum internazionale di Azione cattolica (Fiac) e dall’Ac italiana. Già domani, dunque, la proposta rivolta a tutti è di «fermarsi, chinare il capo e pregare secondo la propria tradizione: sul lavoro, a scuola, all’università, nel quartiere, in famiglia, all’università, davanti alla parrocchia. Se due o tre si uniscono, meglio!».

Domenica, per parte nostra, rimediteremo alcune delle parole pronunciate dal Papa incontrando le autorità politiche di Palestina e Israele il 25 maggio scorso.

A Betlemme, davanti al presidente Mahmoud Abbas, Francesco diceva: «Nel manifestare la mia vicinanza a quanti soffrono maggiormente le conseguenze del conflitto, vorrei dire dal profondo del mio cuore che è ora di porre fine a questa situazione, che diventa sempre più inaccettabile, e ciò per il bene di tutti. Si raddoppino dunque gli sforzi e le iniziative volte a creare le condizioni di una pace stabile, basata sulla giustizia, sul riconoscimento dei diritti di ciascuno e sulla reciproca sicurezza. È giunto il momento per tutti di avere il coraggio della generosità e della creatività al servizio del bene, il coraggio della pace, che poggia sul riconoscimento da parte di tutti del diritto di due Stati ad esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti (…) Auguro ai popoli palestinese e israeliano e alle rispettive autorità di intraprendere questo felice esodo verso la pace con quel coraggio e quella fermezza necessari per ogni esodo. La pace nella sicurezza e la mutua fiducia diverranno il quadro di riferimento stabile per affrontare e risolvere gli altri problemi e offrire così un’occasione di equilibrato sviluppo, tale da diventare modello per altre aree di crisi».

Quello stesso pomeriggio, all’aeroporto internazionale Ben Gurion (di Tel Aviv), il Papa diceva ai vertici dello Stato di Israele: «Auspico dunque che questa Terra benedetta sia un luogo in cui non vi sia alcuno spazio per chi, strumentalizzando ed esasperando il valore della propria appartenenza religiosa, diventa intollerante e violento verso quella altrui. Tutti noi sappiamo quanto sia urgente la necessità della pace, non solo per Israele, ma anche per tutta la regione. Si moltiplichino perciò gli sforzi e le energie allo scopo di giungere ad una composizione giusta e duratura dei conflitti che hanno causato tante sofferenze. In unione con tutti gli uomini di buona volontà, supplico quanti sono investiti di responsabilità a non lasciare nulla di intentato per la ricerca di soluzioni eque alle complesse difficoltà, così che Israeliani e Palestinesi possano vivere in pace. Bisogna intraprendere sempre con coraggio e senza stancarsi la via del dialogo, della riconciliazione e della pace. Non ce n’è un’altra».

E a quel punto Papa Francesco evocava le espressioni appassionate di Benedetto XVI, nello stesso aeroporto, il 15 maggio 2009 al termine del suo viaggio in Terra Santa. Diceva Ratzinger: «Desidero sottolineare che sono venuto a visitare questo Paese da amico degli israeliani, così come sono amico del popolo palestinese. (…) Nessun amico degli israeliani e dei palestinesi può evitare di rattristarsi per la continua tensione fra i vostri due popoli. Nessun amico può fare a meno di piangere per le sofferenze e le perdite di vite umane che entrambi i popoli hanno subito negli ultimi sei decenni. Mi consenta di rivolgere questo appello a tutto il popolo di queste terre: Non più spargimento di sangue! Non più scontri! Non più terrorismo! Non più guerra! Rompiamo invece il circolo vizioso della violenza. Possa instaurarsi una pace duratura basata sulla giustizia, vi sia vera riconciliazione e risanamento. Sia universalmente riconosciuto che lo Stato di Israele ha il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti. Sia ugualmente riconosciuto che il Popolo palestinese ha il diritto a una patria indipendente sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente. Che la “Two-State solution” (la soluzione di due Stati) divenga realtà e non rimanga un sogno».

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