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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Francesco in Israele e Palestina con le lenti della stampa locale

Giorgio Bernardelli
28 maggio 2014
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Che cosa resta il giorno dopo? È la domanda che ogni viaggio di un Papa in Terra Santa lascia immancabilmente dietro di sé. E non potevano certo fare eccezione le tre giornate intensissime e colme di gesti (ancora più che di parole) trascorse da Papa Francesco tra Amman, Betlemme e Gerusalemme. Nei commenti del giorno dopo sui media locali restano tante analisi un po' scontate e qualche voce fuori dal coro.


Che cosa resta il giorno dopo? È la domanda che ogni viaggio di un Papa in Terra Santa lascia immancabilmente dietro di sé. E non potevano certo fare eccezione le tre giornate intensissime e colme di gesti (ancora più che di parole) trascorse da Papa Francesco tra Amman, Betlemme e Gerusalemme.

Che cosa resta? Intanto – e non è una gran sorpresa – nei commenti del giorno dopo sui media locali restano tante analisi un po’ scontate. Nonostante tutte le precisazioni offerte dal diretto interessato, a prevalere sono infatti le letture schiacciate sulla politica. Quelle che in qualche modo recitano su uno spartito già scritto in partenza. Così Caroline Glick – sul Jerusalem Post – alla fine può parlare di una visita «per niente amichevole» nei confronti di Israele, stracciandosi le vesti per la sosta al muro a Betlemme e ignorando sostanzialmente tutto il resto. Specularmente l’agenzia palestinese Maan – nel suo live-blogging da Betlemme – può tranquillamente sorvolare sulle parole più scomode, dette da Francesco ai bambini nel campo profughi di Deheisheh: «Non lasciate mai che il passato determini la vostra vita – ha detto domenica il Pontefice -. Guardate sempre avanti. Lavorate e lottate per ottenere le cose che volete. Però, sappiate una cosa, che la violenza non si vince con la violenza!». Come pure Maan non ha raccontato i gesti di Papa Francesco a Gerusalemme, come se il viaggio fosse finito nel pomeriggio di domenica a Betlemme.

Niente di nuovo in tutto questo. E allora – forse – vale la pena soffermarsi di più su alcune voci fuori dal coro che mostrano uno sguardo un po’ diverso. Eitan Haber – ad esempio – sul sito di Yediot Ahronot si rammarica proprio del fatto che anche davanti a Papa Francesco il Medio Oriente di oggi non abbia saputo mostrare un volto migliore di quello della guerra della propaganda. E punzecchia l’ossessione dell’opinione pubblica israeliana – e del premier Netanyahu in particolare – sulle immagini televisive come unico metro per misurare ogni cosa.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Shlomo Cesana che sul sito di Yisrael HaYom scrive: «Il Papa avrebbe voluto diffondere uno spirito di pace, ma è invece finito intrappolato nella solita battaglia regionale delle pubbliche relazioni». Eppure – aggiunge, citando in particolare il discorso allo Yad Vashem – le parole pronunciate da Francesco sono state molto forti e «c’è da sperare che questo viaggio sia ricordato soprattutto per questo».

Nella stessa direzione vanno anche le interviste al rabbino Avraham Skorka, l’amico argentino di Papa Bergoglio, a cui sia il Jerusalem Post sia Haaretz affidano il bilancio della visita. Scelta interessante se si considera il dettaglio che Skorka è un rabbino conservative e dunque espressione di una componente numericamente molto piccola all’interno dell’ebraismo israeliano. Proprio le parole di questo ebreo argentino, che ha seguito Papa Francesco lungo tutto l’itinerario e con uno sguardo probabilmente meno coinvolto dalle solite beghe mediorientali, sono forse quelle che possono aiutare di più israeliani e palestinesi a capire che cosa sono stati questi giorni, una volta che il clamore e le polemiche più piccole si saranno spente.

«Quello che ha cercato di fare – ha detto parlando Skorka dell’amico Papa Francesco – è stato portare uno sguardo nuovo per rafforzare la speranza della gente di questa regione. Non ha offerto nessuna soluzione politica, non era questo il suo obiettivo. Ma voleva venire qui per essere ascoltato dai palestinesi e dagli israeliani, dai cristiani che vivono da entrambe le parti, e portare loro un messaggio di speranza, di pace e di amore. Ed è esattamente quanto ha fatto».

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Clicca qui per leggere il commento di Caroline Glick

Clicca qui per leggere il live-blogging di Maan sulla visita del Papa a Betlemme

Clicca qui per leggere il commento di Eitan Haber sul sito di Yediot Ahronot

Clicca qui per leggere il commento di Shlomo Cesana su Yisrael HaYom

Clicca qui per leggere l’intervista al rabbino Skorka sul Jerusalem Post

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