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Un Centro per le cure ai non abbienti di Betlemme (con aiuti dall’Italia)

Chiara Cruciati
19 marzo 2014
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Un Centro per le cure ai non abbienti di Betlemme (con aiuti dall’Italia)
Il dottor Nidal Salameh, uno dei fondatori del Centro medico Al Saqada. (foto C. Cruciati)

A Betlemme in una palazzina a tre piani un gruppo di medici, paramedici e infermieri si prende cura delle famiglie più povere della città e del distretto. Questo progetto, nato nel 2000, si chiama Centro medico Al Saqada. Vi si avvicendano cinquanta persone, tra medici, infermieri e paramedici. Ogni mese vedono dai 5 mila agli 8 mila pazienti.


(Gerusalemme) – A poche centinaia di metri dal caos del suq di Betlemme, dai colori accesi dei tappeti e l’odore pungente delle spezie, in una palazzina a tre piani un gruppo di medici, paramedici e infermieri si prende cura delle famiglie più povere della città e del distretto. Si chiama Centro medico Al Saqada questo progetto nato nel 2000 su iniziativa di due amici, entrambi prigionieri politici in una cella israeliana all’inizio degli anni Novanta.

«Abbiamo cominciato a lavorare in una stanza in affitto qua vicino, l’intera clinica era racchiusa in una stanzetta – ci spiega il direttore sanitario di Al Saqada, il dottor Nidal Salameh, uno dei fondatori –. Poi, col tempo, siamo riusciti a raccogliere il denaro necessario a comprare questa palazzina. Ora stiamo lavorando all’ampliamento: al pianterreno vogliamo aprire un pronto soccorso e in seguito aggiungere un altro piano per il Day Hospital».

I lavori sono già iniziati, ma in queste settimane sono fermi in attesa di nuovi fondi: «Non appena ne avremo la disponibilità, riprenderemo i lavori al pronto soccorso. Vogliamo riuscire a fornire il trattamento migliore ai nostri pazienti, alle famiglie più indigenti per le quali è impossibile accedere alle costosissime cliniche private. In quelle pubbliche, gestite dall’Autorità Palestinese, per quanto il costo delle cure sia basso, le liste d’attesa sono troppo lunghe. Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di coprire almeno in parte questo divario».

Al Centro medico Al Sadaqa si avvicendano cinquanta persone, tra medici, infermieri e paramedici. Diciotto gli specialisti, dal ginecologo al dentista, dal cardiologo all’urologo, dall’otorino all’ortopedico. Ogni mese vedono dai 5 mila agli 8 mila pazienti, cristiani e musulmani, della città di Betlemme e dei villaggi contadini circostanti. Mentre parliamo con il dottor Salameh, una bambina con il cappottino viola e il berretto di lana arancione entra con la sua mamma: il dottore la visita, un po’ di tosse e qualche linea di febbre. Prescrive la cura, la bambina saluta.

«L’obiettivo è aiutare chi non ha alternative – continua il dottor Nidal –. I pazienti che possono permetterselo pagano una cifra simbolica, 30 shekel (pari a circa 6 euro), di cui 20 vanno al medico e 10 al centro, per coprire i costi vivi, le bollette, i medicinali, la cancelleria. Chi non può pagare, viene curato gratuitamente e quando ne abbiamo la possibilità consegniamo ai pazienti anche le medicine necessarie al trattamento. È tutto a carico del Centro, dalla visita iniziale fino alle analisi e alle radiografie».

«Non è facile tirare avanti, ma abbiamo il sostegno fondamentale di tanti amici, soprattutto in Italia». Amici che il dottor Nidal ha conosciuto negli anni Settanta e Ottanta: prima a Milano, poi a Catania, Salameh ha studiato medicina e ha stretto quei legami che ancora oggi gli permettono di portare avanti il suo progetto. Girando per il centro, vediamo tutti i doni degli amici italiani, privati e organizzazioni che spediscono apparecchiature e medicine: «Ringrazio tutti quelli che ci sostengono, senza di loro non avremmo i mezzi per far sopravvivere il centro – ci dice mostrandoci, tra le altre, le macchine per le ecografie e per le radiografie donate dall’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese e dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena –. Qui al centro non accettiamo donazioni in denaro, ma solo apparecchiature e medicinali. Grazie a questi contributi, oggi possiamo lavorare con la massima professionalità».

A monte le sfide poste dalla questione sanitaria nei Territori Palestinesi, dove ad incidere è ancora una volta l’occupazione militare israeliana. Lo sa bene il dottor Nidal e lo sanno i suoi colleghi, molti dei quali hanno trascorso anni dietro le sbarre di una prigione israeliana per ragioni politiche. Il dottor Salameh ancora oggi è nella «lista nera»: non può lasciare il Paese, nonostante abbia lui stesso bisogno di cure perché malato di tumore alla tiroide. «L’ultima volta mi è stato permesso di uscire e andare in Italia solo grazie all’intervento del consolato italiano. Ma la mia è la situazione di centinaia di altri malati palestinesi, bloccati in Cisgiordania o a Gaza. È difficile per noi poter uscire per ricevere le adeguate cure mediche perché Israele non ci rilascia il permesso e, dall’altra parte, molti dei medicinali necessari al trattamento di malattie croniche, come l’ipertensione, il diabete e le diverse forme di tumore, non vengono fatte entrare. È il caso degli ionizzanti che a me servirebbero per il tumore alla tiroide: Israele non li fa entrare perché li ritiene pericolosi in quanto radioattivi».

L’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), a corto di fondi, non riesce a fornire sostegno ai malati. Il centro Al Sadaqa, nel suo piccolo, prova a coprire almeno un’infinitesimale parte del gap: «Ci facciamo inviare alcuni medicinali, qua introvabili, dall’Italia – spiega il dottore –. Ma non riusciamo a coprire più di due o tre mesi. Da parte sua ci si mette anche l’Anp: ha accumulato debiti con le aziende farmaceutiche e queste non forniscono più molti dei medicinali che ci servirebbero».

Il dottor Nidal rimane in silenzio. Poi riprende la parola, con lo sguardo meno sicuro di prima: «Il problema della sanità non è che l’ennesimo dei problemi che il nostro popolo deve affrontare. Il tasso di disoccupazione continua a salire, i nostri giovani si laureano e poi restano a casa senza un impiego, non possiamo muoverci, non possiamo lavorare le nostre terre. Sa cosa sta accadendo? Stiamo per la prima volta perdendo la speranza. Non vediamo di fronte a noi alcun futuro. I più giovani sono stanchi e sono tanti quelli che decidono di emigrare. Io, alla mia epoca, decisi di lasciare l’Italia, di tornare qui, di affrontare il carcere e oggi le difficoltà finanziarie. Ma non me ne pento».

Usciamo dal centro. Oggi piove a Betlemme e i pazienti sono meno numerosi del solito, seduti nella sala d’aspetto, pronti alla visita generale e poi ad incontrare lo specialista. Una goccia nel mare, sì, ma Al Sadaqa resta la sola alternativa per i più poveri della città.

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