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Gerusalemme, santa e crudele

Giuseppe Caffulli
11 novembre 2013
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Gerusalemme, santa e crudele

Più che una città estesa, Gerusalemme è una città «profonda». Chi la conosce bene sa che le stratificazioni della storia, antica e recente, caratterizzano ogni sua pietra. Lì, più che altrove, per cercare di comprendere, non è possibile fermarsi a quel che appare. Paola Caridi, a Gerusalemme, ci ha vissuto dieci anni. E da quell'esperienza ha tratto un libro denso e provocatorio (a partire dal titolo). Ma che alla fine conquista e che aiuta a comprendere – ripetiamo: per quanto possibile – le pieghe di una città che respira l’aria dei millenni.


Più che una città estesa, Gerusalemme (sia nella parte vecchia che in quella moderna: complessivamente 800 mila abitanti) è una città «profonda». Chi la conosce bene sa che le stratificazioni della storia, antica e recente, caratterizzano ogni sua pietra, ogni sua via, ogni suo angolo, rendendo naturalmente complessa ogni vicenda e ogni lettura. Lì, più che altrove, per cercare di comprendere, non è possibile fermarsi a quel che appare. Anzi: paradossalmente ciò che appare risulta essere – in qualche caso – sideralmente lontano dalla realtà. Perché a Gerusalemme non c’è mai una sola dimensione, una sola verità. Tutto appare inestricabilmente legato in una matassa dalla quale a fatica si riesce a dipanare qualche filo.

Paola Caridi, a Gerusalemme, ci ha vissuto dieci anni. E da quell’esperienza ha tratto un libro che in alcune pagine ha la limpidezza dei cieli azzurri come solo se ne vedono in quella terra. Un libro che è un atto d’amore, impastato di tutta la fatica e i dolori che a volte le grandi storie d’amore portano con sé. Un libro per nulla facile, nel suo procedere per ellissi e digressioni; provocatorio (a partire dal titolo). Ma che alla fine conquista e che aiuta a comprendere – ripetiamo: per quanto possibile – le pieghe di una città che respira l’aria dei millenni.

Articolato in quattro capitoli (meglio: blocchi narrativi), preceduto da una splendida introduzione capace di restituire suoni ed emozioni che solo chi ha vissuto la quotidianità gerosolimitana sa cogliere, il libro della Caridi non ha la pretesa di descrivere (o raccontare) la città dal punto di vista storico o religioso. Si concentra piuttosto su alcuni contesti emblematici (come il quartiere di Musrara e il villaggio palestinese di Deir Yassin), sottoponendoli a una sorta di «carotaggio» della memoria (sia essa lontana o vicina). Un processo attraverso il quale l’autrice cerca di rappresentare i paradossi della Gerusalemme civile così come è oggi, dopo la nascita dello Stato d’Israele e l’esplosione del conflitto israelo-palestinese: una città spesso crudele e «senza Dio». Crudele perché attraversata da conflitti violenti e sopraffazioni che non smettono di provocare dolore ai suoi abitanti, siano essi ebrei o palestinesi. Una realtà fatta di «isole», distanti o antagoniste; di status quo immutabili e di separazioni profondissime e apparentemente incolmabili. E che alla fine sembra dimentica di Dio (o che ne strumentalizza il nome), proprio nel luogo dove è più presente la dimensione del sacro.

Non mancano le storie, gli incontri, i ricordi, le nostalgie, i trasalimenti: tutto compone il personale quadro di una città che la storia ha destinato ad essere segno di contraddizione e che Paola Caridi ha cercato di vivere mischiandosi il più possibile alla sua gente e alle sue culture.

A chiusura del testo il capitolo Una e condivisa prende in esame una delle questioni più spinose (insieme al diritto al ritorno dei profughi palestinesi) del conflitto israelo-palestinese: lo status di Gerusalemme. Una possibile soluzione al problema, argomenta la Caridi, starebbe nel riconoscere prima di tutto l’unicità di Gerusalemme, sia per la sua parte religiosa (la Città Santa alle tre fedi monoteistiche) sia per la sua parte civile (i quartieri occidentali ed orientali che si sono strutturati a partire dal Mandato britannico e che si sono poi ingranditi negli ultimi decenni, ma anche le controverse colonie ebraiche al di là della Linea verde). Insomma: Gerusalemme non può ormai essere separata in nessuna delle sue parti, perché tutto tiene tutto, sia esso sacro o profano. Insomma: «Gerusalemme senza Dio – scrive in chiusura la Caridi – non è, né vuole essere un ballon d’essai, una facile provocazione nei confronti di una città che, al contrario, ha bisogno di riconquistare la sua umanità (dunque, dignità) per poter ritrovare il suo Dio, declinato secondo la fede e l’amore proposti dalle tre religioni del Libro».

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