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Titi che guarda al futuro

di Giuseppe Caffulli
15 luglio 2013
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Guarda in alto e punta in alto, la ragazza. «La lotta contro il razzismo è un aspetto importantissimo della mia vittoria, nella quale non mancherò d’impegnarmi, seguendo l’esempio di uno dei miei grandi modelli, Martin Luther King». La ragazza in questione si chiama Yitysh Aynaw, detta Titi, la ventunenne incoronata Miss Israele qualche mese fa...


Guarda in alto e punta in alto, la ragazza. «La lotta contro il razzismo è un aspetto importantissimo della mia vittoria, nella quale non mancherò d’impegnarmi, seguendo l’esempio di uno dei miei grandi modelli, Martin Luther King». E ancora: «Voglio iniziare a studiare all’università, psicologia o più probabilmente scienze politiche. Da grande voglio fare la diplomatica».

La ragazza in questione si chiama Yitysh Aynaw, detta Titi, la ventunenne incoronata Miss Israele qualche mese fa (e questa è la vittoria alla quale allude). In una lunga intervista pubblicata sul numero di giugno del mensile di Pagine ebraiche, Titi racconta la sua storia e le sue aspirazioni. Che sono a diverso titolo emblematiche per leggere alcuni aspetti della realtà dei giovani d’Israele oggi e della condizione dei falasha, gli ebrei dalla faccia nera, un elemento in più di complessità nella società israeliana.

Titi, intanto, ha conosciuto la difficile condizione dell’immigrazione. Nasce a Gondar, in Etiopia, e resta orfana di padre e di madre a 10 anni. Ottiene il ricongiungimento famigliare con i nonni, che già vivono in Israele. «Ricordo ancora il primo giorno di scuola… Ero appena arrivata e non parlavo una parola di ebraico». Va  a vivere a Netanya, un quartiere dove sono tutti immigrati. Si dà subito da fare, dedicandosi all’atletica, al cinema e alle rivendicazioni studentesche. Poi, dopo il diploma, l’esperienza nell’esercito, unica ufficiale etiope nella polizia militare. «Il servizio militare – racconta – è stata veramente l’esperienza più formativa della mia vita, come persona e come cittadina israeliana».

Prima di vincere il concorso di bellezza che l’ha proiettata nel jet set internazionale (ha pranzato con Barack Obama, al quale il presidente israeliano Shimon Peres l’ha presentata definendola «la nostra regina di Saba»), Titi faceva la commessa in un negozio d’abbigliamento.

È consapevole, probabilmente, che dietro la sua vittoria potrebbe esserci anche un calcolo politico: il tentativo, cioè, di offrire ai tanti immigrati etiopi in Israele una bandiera, l’icona positiva di un vita di successo. E non si nasconde dietro a un dito: «Vivo questa carica come una forte responsabilità per offrire il mio contributo in campo sociale». Vorrebbe seguire in futuro progetti dedicati ai bambini etiopi in difficoltà, i figli di quelle famiglie con le quali ha vissuto gomito a gomito per oltre un decennio.

Israele discrimina? È razzista? Alla domanda la Miss dalla pelle nera risponde con eleganza: «La società israeliana si sta evolvendo, ma c’è ancora molta strada da fare. In effetti non si vedono ancora facce di colore sui cartelloni o nelle pubblicità sui giornali».

Lei stessa è vittima di discriminazioni. Battute e allusioni malevole si sprecano, perché un falasha, anche se Miss Israele e ufficiale dell’esercito, è pur sempre un falasha. «Ditemi che sono brutta, mi farebbe meno male. Io vado fiera delle mie origini. Molti immigrati etiopi hanno adottato un nome ebraico. Io non ci penso nemmeno».

Il suo, di nome, racconta una storia: «Sono nata malata, ma mia madre pensava che avessi un futuro. Yitysh in amarico significa proprio “colei che guarda verso il futuro”».

Uno sguardo che a Titi non manca e che forse potrebbe contribuire ad allargare gli orizzonti di un Paese dove si trovano sempre più a convivere diverse razze e culture. 

(Twitter: @caffulli)

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