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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

S’infiamma la piazza palestinese

Giorgio Bernardelli
11 settembre 2012
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Mancano pochi giorni all'apertura a New York della sessione 2012 dell'Assemblea generale. L'anno scorso i palestinesi chiesero d'essere riconosciuti come nuovo Stato membro, ma a Ramallah (la cittadina cisgiordana sede dell’Autorità Nazionale Palestinese - Anp) stavolta la testa è altrove. In questi ultimi giorni, infatti, è tornata a infiammarsi la piazza. La molla che ha fatto scattare la protesta è stato il rincaro del prezzo del carburante, ma altri nodi vengono al pettine...


Ricordate di che cosa si parlava a non finire in Medio Oriente giusto un anno fa? Eravamo alla vigilia dell’Assemblea generale dell’Onu nel corso della quale Abu Mazen avrebbe presentato ufficialmente la richiesta della Palestina di veder riconosciuto il suo status di membro a pieno titolo delle Nazioni Unite. Girava anche una fotografia che certamente ricorderete: quella della poltrona con la bandiera palestinese e il numero 194, cioè lo scranno (rimasto virtuale) del centonovantaquattresimo Stato membro.

Sappiamo tutti come andò a finire: non si è arrivati neanche al voto in Consiglio di sicurezza. Un anno dopo come stanno le cose? Mancano pochi giorni all’apertura a New York della sessione 2012 dell’Assemblea generale, ma a Ramallah (la cittadina cisgiordana a nord di Gerusalemme dove ha sede il governo dell’Autorità Nazionale Palestinese – Anp) stavolta c’è decisamente poca voglia di giocare con le bandierine all’Onu. Diciamo pure che la testa è altrove. In questi ultimi giorni, infatti, è tornata a infiammarsi la piazza. La molla che ha fatto scattare la protesta è stato (anche qui) il rincaro del prezzo del carburante. E nel mirino è finito il premier Salam Fayyad, da mesi dimissionario ma pur sempre al potere per via dell’incapacità manifesta di dare vita a un altro governo. Lo stesso premier Fayyad che un anno fa veniva esaltato per i successi conseguiti nella «costruzione dello Stato» e l’economia che cresceva del 10 per cento, oggi deve fare i conti con una crisi finanziaria.

Che cos’è cambiato? La differenza fondamentale è solo una: si sono stretti i cordoni della borsa dei Paesi donatori, Paesi del Golfo in primis. E per una realtà come l’Autorità palestinese che continua a dipendere dall’aiuto esterno questo si è immediatamente tradotto in un rallentamento dell’economia e nella solita – periodica – impossibilità di pagare gli stipendi pubblici. I problemi economici di sempre, dunque. Che – come corollario – fanno sempre venire a galla la contraddizione  del Protocollo di Parigi, la parte economica degli Accordi di Oslo: regole sul trasferimento delle entrate fiscali e l’approvvigionamento di beni essenziali nate come provvisorie e con il presupposto di una cooperazione pacifica tra Israele e Palestina, e invece rimaste in piedi in un contesto completamente differente. E usate spesso e volentieri da Israele come arma di pressione nei confronti del governo dell’Autorità Palestinese.

Si capisce, allora, perché le richieste della piazza palestinese oggi siano essenzialmente due: l’uscita di scena di Fayyad e la revoca del Protocollo di Parigi. In fondo, però, a emergere è sempre la questione dell’assenza di una leadership e di una strategia chiara in Palestina. L’accordo tra le fazioni è eternamente un’araba fenice, la democrazia è sospesa ormai dal 2006, le facce restano sempre le stesse, e soprattutto manca una strategia chiara, come la vicenda del riconoscimento all’Onu ha mostrato chiaramente. In questa situazione non possono che riprendere vigore i movimenti che vogliono portare il vento della Primavera araba anche a Ramallah, con i suoi pregi ma anche le sue contraddizioni.

Già un paio di altre volte nell’ultimo anno e mezzo c’erano state manifestazioni di piazza contro la leadership palestinese. A cui Abu Mazen aveva risposto con promesse rimaste solo sulla carta. Ora, come in tutte le altre situazioni bloccate del mondo arabo, anche in Palestina il confronto si sta incattivendo, come dimostrano gli scontri di queste ore. Che – vale la pena sottolinearlo – non avvengono con i soldati israeliani, ma con la polizia dell’Anp.

Si parlerà anche di Palestina – come sempre – nei prossimi giorni all’Assemblea generale dell’Onu. Ma non potranno che restare parole vuote finché i nodi veri non verranno risolti a Ramallah.

Clicca qui per leggere la cronaca della protesta sul sito dell’agenzia palestinese Maan

Clicca qui per leggere sul blog +972 un articolo di Aziz Abu Sarah sulle ragioni della protesta contro Fayyad

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