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Il caso di Khader Adnan

Giorgio Bernardelli
16 febbraio 2012
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Il caso di Khader Adnan
Alcuni scouts manifestano solidarietà a Khader Adnan.

È da più di 60 giorni ormai in sciopero della fame. Si trova nello Ziv Hospital di Safed, ha già perso 40 chili di peso e potrebbe ormai morire da un momento all’altro. Ma quasi nessuno - al di fuori della Palestina - ne parla. È la storia di Khader Adnan, palestinese di 33 anni, che dal 18 dicembre rifiuta il cibo come protesta contro la pratica della detenzione amministrativa, inflittagli da Israele.


È da più di 60 giorni ormai in sciopero della fame. Si trova nello Ziv Hospital di Safed, ha già perso 40 chili di peso e potrebbe ormai morire da un momento all’altro. Ma quasi nessuno – al di fuori della Palestina – ne parla. È la storia di Khader Adnan, palestinese di 33 anni, che dal 18 dicembre rifiuta il cibo come protesta contro la pratica della detenzione amministrativa, inflittagli perché ritenuto membro del Jihad islamico.

È una vicenda decisamente scomoda quella di Adnan e che ricorda la storia di Bobby Sands, l’attivista nordirlandese dell’Ira che nel maggio 1981 morì dopo 66 giorni di sciopero della fame in un carcere inglese. La differenza è che del detenuto palestinese oggi si parla solo sui social media, confermando il profondo disinteresse che circonda ormai tutto ciò che è legato al conflitto israelo-palestinese.

La storia di Khader Adnan è riassunta nel comunicato di Amnesty International del 6 febbraio (ormai dieci giorni fa) che rilanciamo qui sotto: è stato arrestato dalle forze di sicurezza israeliane all’alba del 17 dicembre scorso nella sua casa nel villaggio di Arrabe, vicino a Jenin (in Cisgiordania), dove vive con la moglie e due figli. Secondo quanto da lui denunciato è stato pesantemente picchiato durante l’arresto. Così, per protesta, ha cominciato uno sciopero della fame: «La mia dignità è più importante del cibo», ha detto. E quando all’inizio di gennaio gli è stato comminata una detenzione amministrativa di quattro mesi ha deciso di portare avanti fino alle estreme conseguenze questa forma di protesta.

La vicenda di Khader Adnan è particolarmente esplosiva perché porta in primo piano una specifica violazione dei diritti umani praticata da Israele. La detenzione amministrativa infatti è una condanna senza processo: le autorità israeliane la comminano rifacendosi a una procedura utilizzata ancora durante il mandato britannico. Di fatto ad Adnan non è contestato un reato preciso come la detenzione illegale di armi o la partecipazione a un attentato, ma genericamente la sua militanza nelle fila del Jihad islamico. E il suo è un caso tutt’altro che isolato: per le solite «ragioni di sicurezza» Israele utilizza sempre più spesso la pratica della detenzione amministrativa. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’ong Addameer (in arabo «coscienza») sono 310 attualmente i palestinesi che si trovano in detenzione amministrativa. Un anno fa erano 207. Un raffronto che basta da solo a mostrare come questo, da qualsiasi parte lo si guardi, sia un problema reale.

Ciò che mi colpisce di più, però, è il silenzio intorno a questa storia. L’ho già scritto altre volte in questa rubrica: la questione dei detenuti palestinesi è un tema serio, che non si può liquidare con lo slogan per cui sono tutti terroristi. E comunque anche chi si macchia di reati gravissimi ha diritto a un processo e non a procedure barbare incompatibili con uno Stato di diritto. La notizia di oggi è che il numero di altri detenuti palestinesi in sciopero della fame in solidarietà con Adnan ha raggiunto quota ottanta. E alcuni di loro hanno già oltrepassato il ventesimo giorno. Ho l’impressione che se Adnan dovesse morire davvero di questa storia poi ne parleremo molto a lungo.

Clicca qui per leggere il comunicato di Amnesty International sulla vicenda di Khader Adnan

Clicca qui per leggere un articolo di Amira Hass dedicato alla vicenda di Khader Adnan

Clicca qui per consultare il sito di Addameer

Clicca qui per seguire su twitter gli aggiornamenti sulla vicenda di Khader Adnan

 

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