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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Sulle tracce del Sinai

Daniele Civettini
6 dicembre 2010
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Sulle tracce del Sinai

Ne La riscoperta del Monte Sinai, libro corredato da un dvd documentario, lo studioso israeliano Emmanuel Anati ripropone la sintesi aggiornata delle sue scoperte archeologiche, che fanno di lui, da decenni, una voce celebre e fuori dal coro. Perché egli dice di aver scoperto il vero monte Sinai. Non una vetta maestosa, ma un colle, il cui nome è Har Karkom.


«Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco, e ne saliva il fumo come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono del corno diventava sempre più intenso: Mosè parlava con Dio e gli rispondeva con una voce. Il Signore scese dunque sul Monte Sinai, sulla vetta del monte. Mosè salì» (Es. 19, 18-20). È accaduto veramente? La risposta è nella fede e nella teologia. Il «dove» e il «quando», invece, sono coordinate che possono anche riguardare la semplice verosimiglianza di un racconto che, nel corso dei secoli, tradizione e scienza si sono industriati ad individuare. Forse sbagliando.

Ne La riscoperta del Monte Sinai, libro corredato da un dvd documentario, Emmanuel Anati ripropone la sintesi aggiornata delle sue scoperte archeologiche, ciò che fa di lui da decenni (la sua prima pubblicazione in materia, La montagna di Dio, è del 1986) una voce celebre e fuori dal coro. Perché egli dice di aver scoperto il vero monte Sinai, che però non è il «solito» Sinai, cioè quello vicino a Sharm el Sheik, alto più di duemila metri, alle cui pendici sorge il venerando e ovunque conosciuto monastero di Santa Caterina. L’unico Sinai plausibile secondo il famoso archeologo è invece l’Har Karkom, il «monte dello zafferano», poco più di un colle alto circa ottocento metri che domina il deserto di Paran, che nonostante il suo aspetto poco appariscente, fatto di pietre e sabbia, ha già offerto alla troupe di Anati una mole ingente di dati: graffiti, ortostrati, tracce di insediamenti abitativi e luoghi di culto sparsi per un totale di mille e trecento siti (ma i lavori di scavo e catalogazione sono ben lontani dal ritenersi conclusi), che raccontano una storia persino più grande, se è possibile dirlo, di quella narrata dalla Bibbia.

I reperti finora venuti alla luce, che confermano la collocazione strategica del monte in un tragitto consueto per le genti seminomadi sparse tra l’Egitto e la Palestina, non solo testimoniano una forte corrispondenza con i passi biblici che parlano di Mosè, ma rivelano l’Har Karkom come una sorta di enorme santuario delle genti più che frequentato sin dai tempi dell’homo sapiens, gettando così una luce che oltrepassa anche i tempi dei Patriarchi per illuminare l’evoluzione del senso del divino e della pratica religiosa negli ultimi quarantamila anni di storia e preistoria umana.

Pagina dopo pagina, Anati conduce il lettore munito di Bibbia e cartina geografica a ripercorrere le orme di un possibile Mosè storico che ha dimorato sul Sinai e ha interloquito con Dio, riparandosi dalla sua Gloria in una sorta di piccola grotta naturale posta presso la cima del monte, con il popolo attestato alle pendici di una vera e propria «Lourdes» millenaria. Per la mole di argomenti scientifici a sostegno, la candidatura di Har Karkom come vero monte Sinai può risultare assai convincente. Eppure questa armonia ritrovata tra scienza e fede, archeologia e Scrittura ha messo in difficoltà gli esegeti biblici almeno su due punti, impedendo loro di aderire pienamente alle tesi di Anati. Il primo ostacolo è cronologico, perché la datazione dei reperti che pure combaciano col racconto biblico e la corrispondenza con le fonti letterarie costringerebbero a collocare Mosè e gli eventi dell’Esodo indietro di un buon millennio, senza specificare quanti secoli abbia compresso la Scrittura nei suoi versetti (quanti sono veramente i «quaranta» anni di deserto? A che epoca corrisponde la saga di Giosuè?). Dell’altra difficoltà, di ordine geografico, si è già detto: in fondo, occorre pur sempre spostare un monte…

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