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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Quell’incontro dai molti volti

Giampiero Sandionigi
12 ottobre 2009
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John Tolan, studioso e docente di storia medievale, ha deciso di dedicare un volume all'incontro tra san Francesco d'Assisi e il sultano al-Kâmil. Dopo esser stato pubblicato nel 2007 in Francia - dove l'Autore, di origini statunitensi, insegna presso l'università di Nantes -, il volume è ora offerto al pubblico italiano per i tipi di Laterza. Più che al faccia a faccia avvenuto a Damietta nel 1219, Tolan si interessa alle riletture che via via ne sono state fatte fino ai giorni nostri.


John Tolan, studioso e docente di storia medievale, dedica un volume all’incontro tra san Francesco d’Assisi e il sultano al-Kâmil. Pubblicato nel 2007 in Francia – dove l’Autore, di origini statunitensi, insegna presso l’università di Nantes – il volume è ora offerto al pubblico italiano per i tipi di Laterza. Il titolo italiano – Il santo dal sultano. L’incontro di Francesco d’Assisi e l’islam – ricalca quello della versione francese omettendone purtroppo proprio l’ultima parte – Huit siècles d’interprétations -, che acclara il contenuto dell’opera. Più che al faccia a faccia avvenuto a Damietta nel 1219, infatti, Tolan si interessa alle riletture che via via ne sono state fatte fino ai giorni nostri.

«Nel corso dei secoli – osserva lo studioso – c’è stato un interesse continuo per l’incontro svoltosi fra il più grande santo del Medioevo e un principe musulmano noto per la sua erudizione e la sua giustizia. Ogni epoca vi ha visto riflesse le proprie preoccupazioni. Ed è per questo che, piuttosto che pretendere di stabilire la verità storica, ormai perduta, di quello che accadde fre i due uomini nella tenda del sultano nel settembre 1219, io propongo in questo libro di osservare come la varietà dei modi in cui le rappresentazioni letterarie e figurative di questo incontro forniscano un ritratto delle paure e delle speranze che l’incontro fra l’Europa cristiana e l’Oriente musulmano suscita» (Introduzione, p. 14).

L’opera è suddivisa in due parti. Nella prima si analizzano testi e immagini prodotti tra la metà del XIII secolo e la metà del XIV. La apre un capitolo che esamina gli scritti di Giacomo di Vitry, il vescovo di San Giovanni d’Acri che partecipò alla crociata egiziana e descrisse due volte la missione di Francesco presso il sultano. I successivi otto capitoli sono dedicati alla presentazione di questo incontro nell’agiografia francescana: Tommaso da Celano, Enrico di Avranches, Bonaventura, Ugolino da Montegiorgio, ecc

La seconda parte considera invece le rielaborazioni dell’incontro di Damietta elaborate tra il secolo XIV e i giorni nostri. Il suo primo capitolo passa in rassegna l’iconografia, da Giotto alle prime edizioni a stampa del testo di Bonaventura nel XVI secolo. L’ordalia del fuoco, ricalcata sul modello dell’affresco di Assisi, domina largamente questa iconografia.

Nel secondo capitolo scopriamo come diversi autori e artisti, a partire dal XV secolo, mettano l’accento sulla violenza e la potenza del sultano, che dipingono come indisponibile ad ascoltare l’Assisate. In concomitanza con l’ascesa della potenza ottomana, al sultano vengono attribuiti tratti turchi. Del santo umbro si sottolinea la temerarietà, ma anche l’inutilità della sua missione: se nemmeno san Francesco è riuscito a piegare i duri cuori dei musulmani, è perché essi sono impermeabili al messaggio cristiano.

Il terzo capitolo esamina alcuni ritratti di Francesco abbozzati nel XVIII secolo: sottoponendo a critiche gli ordini religiosi, soprattutto i gesuiti e i francescani, gli illuministi prendono di mira i loro fondatori e soprattutto Francesco. Il quinto e ultimo capitolo considera come parecchi autori del XX e XXI secolo trasformino Francesco in «apostolo della pace», indomabile oppositore della crociata e fautore di un dialogo ecumenico.

Di particolare interesse, dal nostro punto di osservazione, è il quarto capitolo, intitolato «Francesco a Gerusalemme fondatore della presenza francescana in Terrasanta». Tolan cerca di mostrare come il viaggio del Poverello in Egitto e Terra Santa sia reinterpretato quale giustificazione e punto d’origine della secolare presenza dei frati della Custodia in quella regione.

«In questo contesto – scrive l’accademico statunitense -, a partire dal XIV secolo, vari testi affermano costantemente che fu san Francesco in persona ad aver ottenuto dal sultano i privilegi relativi ai Luoghi santi. Angelo Clareno, che scrive verso il 1326, afferma che il sultano "ordinò che Francesco e tutti i suoi frati potessero accedere liberamente al Santo Sepolcro, senza pagare alcun tributo". Egli racconta che lo stesso Francesco visitò la tomba di Cristo prima di rientrare in Italia. Angelo è così il primo, un secolo dopo la morte del santo, ad affermare che Francesco si era recato a Gerusalemme. Nel momento in cui francescani e domenicani cercano di farsi concedere privilegi al Santo Sepolcro, Angelo sostiene non soltanto che il santo fondatore del suo ordine vi era andato, ma anche che il sultano gli aveva concesso diritti specifici: non il possesso dei luoghi, certo, ma almeno il diritto di accedervi liberamente». (p. 285)

Secoli di costante presenza presso i più preziosi santuari della cristianità, e di negoziati per legittimarla e renderla meno insicura, hanno consentito ai frati minori di accumulare anche una miniera di documenti di cui essi stessi, in passato, non avevano piena consapevolezza. Scrive in proposito Tolan: «Alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, Girolamo Golubovich, frate francescano a Gerusalemme, ne apprezzò bene, invece, il valore; si diede a pubblicare quei documenti corredandoli con tutte le informazioni di ogni tipo, raccolte nelle biblioteche europee, riguardanti la presenza dei francescani in Terrasanta. Nel 1898, rese pubblici i primi risultati delle sue ricerche con il titolo Serie cronologica dei reverendissimi superiori di Terra Santa. Poi, fra il 1906 e il 1939, pubblicò i venti grandi volumi della sua Biblioteca bio-bibligrafica della terra santa e dell’oriente francescano, un lavoro magistrale e minuzioso che cataloga la presenza di francescani in Oriente dal 1217 fino all’alba del XV secolo. Quest’opera, imprescindibile per chiunque si interessi dell’argomento, è stata qui più volte citata. La qualità dell’erudizione del frate poliglotta è messa a servizio di uno scopo apologetico: bisognava dare ai frati di Terrasanta una documentazione completa sulla loro storia, una storia che poteva poi essere utilizzata per affermare la fondatezza dei loro privilegi. Così gli ottomani, e poi i britannici, nuovi padroni della Palestina, avrebbero saputo che i francescani, lungi dall’essere dei parvenus o dei colonizzatori europei, erano radicati in Terrasanta da molti secoli, e che i loro diritti erano meglio documentati di quelli dei greci "eterodossi". La loro giusta posizione di fronte ai cristiani orientali e alle pressioni delle diverse nazioni europee doveva uscirne così confermata» (p. 306).

Che san Francesco abbia effettivamente messo piede a Gerusalemme è dubbio. Sempre riferendosi al Golubovich (sul quale recentemente anche il nostro bimestrale Terrasanta ha pubblicato un articolo), Tolan annota: «Il padre francescano cerca di esaminare col massimo rigore le leggende francescane, respingendo in particolare qualsiasi suggestione secondo cui al-Kâmil avrebbe concesso i Luoghi santi a Francesco. Ma non rinuncia all’idea che Francesco avesse visitato quei luoghi, anche se riconosce che ad affermarlo sono solo fonti tardive. La visita del santo a Gerusalemme restava uno dei miti fondatori della presenza francescana in Oriente. Al punto tale che papa Benedetto XV dichiarò, il giorno di san Francesco del 1918, che il santo di Assisi si era recato a Gerusalemme per raccogliersi sul Santo Sepolcro» (p. 306s.).

E tuttavia, scrive il medievista, la questione rimane aperta: «Parecchi autori del XX secolo hanno espresso dubbi sull’idea che Francesco abbia visitato i Luoghi santi. Giulio Basetti-Sani ha rilevato che nel 1217 Onorio III aveva proibito ai pellegrini di andare a Gerusalemme, per privare gli Ayyubidi di ogni tributo durante la crociata; il papa pronunciò la scomunica per chiunque avesse sfidato la sua proibizionie di recarsi a Gerusalemme in pellegrinaggio. Sembra poco probabile che Francesco sia andato contro questo divieto. È, questa, un’opinione condivisa anche dallo storico Franco Cardini, il quale dubita che al-Kâmila abbia dato un salvacondotto a Francesco per andare a Gerusalemme. Per di più, Francesco avrebbe dichiarato l’inutilità dell’ideale della crociata – e anche del pellegrinaggio: Cristo è dappertutto; non c’era nessun bisogno di andare a cercarlo in pellegrinaggio né di riconquistare i luoghi in cui ha vissuto. Francesco ha importato Betlemme, facendo il primo presepe a Greccio, ha anche trasportato il calvario sul monte della Verna in occasione della sua stimmatizzazione. Perché dunque andare in Oriente?» (pp. 312s.).

Dunque san Francesco in Terra Santa è un problema per gli storici. «Ma – registra Tolan dando conto di altri approcci al tema – rifiutare la tradizione del viaggio a Gerusalemme non significa respingere l’idea che Francesco intraprese una missione civilizzatrice in terra barbara, una pacifica crociata che annunciava la colonizzazione europea dei secoli XIX e XX. Nel 1924, due anni dopo la sua conversione al cattolicesimo, il romanziere e saggista Gilbert Keith Chesterton pubblica una serie di meditazioni su Francesco. Egli riconosce che la motivazione principale che spinse Francesco in Sira era la ricerca del martirio. Ma non era la sola. "(…) Egli voleva portare a conclusione le crociate, cioè mettere ad esse fine realizzandone il disegno. Ma voleva convincere e non conquistare: cioè con i mezzi intellettuali piuttosto che materiali. (…) L’idea di Francesco era tutt’altro che fanatica o anche necessariamente irrealistica. (…) San Francesco partiva dal principio che è molto meglio fare dei cristiani che disfare degli infedeli. Non era a priori assurdo immaginare che si potessero convertire con il sangue di martiri missionari quelli che non si potevano vincere militarmente. La Chiesa aveva conquistato in questo modo l’Europa, perché non avrebbe potuto conquistare allo stesso modo l’Africa e l’Asia? Incontestabilmente, una volta convertito l’islam, il mondo sarebbe stato più unito e più felice. Per parlare solo di guerre, avremmo evitato la maggior parte dei conflitti moderni"» (pp. 313s.).

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