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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

I giusti dell’islam ospiti della Camera

15/10/2009  |  Roma
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All'incrocio tra il Talmud e il Corano: è qui che sta la mostra I Giusti dell'islam promossa dalla Fondazione Pime Onlus di Milano per raccontare le vicende di quei settanta musulmani che, salvando la vita a ebrei perseguitati durante la Shoah, sono stati riconosciuti «giusti tra le nazioni». Da ieri la mostra, inaugurata nel 2008 e curata da Giorgio Bernardelli, è a Roma, ospite della Camera dei deputati fino al 23 ottobre. All'inaugurazione sono intervenuti cittadini di varie estrazioni e appartenenze culturali e religiose.


All’incrocio tra il Talmud e il Corano: è qui che sta la mostra I Giusti dell’islam promossa dalla Fondazione Pime Onlus di Milano per raccontare le vicende di quei settanta musulmani che, salvando la vita a ebrei perseguitati durante la Shoah, sono stati riconosciuti «giusti tra le nazioni». «Chi salva la vita, salva il mondo intero» è la frase che dà l’avvio al racconto di queste storie ed è un affermazione contenuta sia nella Mishnah che nella Sura 5 del testo sacro islamico.

Da ieri la mostra, inaugurata nel 2008, è a Roma, ospite della Camera dei deputati fino al 23 ottobre. «La scelta della Camera di dare spazio a questa iniziativa è un gesto necessario, perché in questo momento particolare occorre riaffermare che le religioni sono un fattore di pace e di unità tra gli uomini, e non di divisione», ha detto l’onorevole Antonio Mazzocchi, che di Montecitorio è uno dei questori, aprendo ufficialmente le visite alla Sala del Cenacolo, nel complesso di vicolo Valdina.

«La mostra racconta storie vecchie di settant’anni – spiega il suo curatore, il giornalista Giorgio Bernardelli – ma che nel momento culturale odierno hanno più che mai valore. Si tratta di storie vere, certificate con rigore dallo Yad Vashem di Gerusalemme, ma dimenticate sotto la polvere del conflitto in Medio Oriente, tanto che oggi ci sembrano impossibili. Questa non è una mostra buonista: sappiamo che le cose oggi non vanno bene. Ma nel suo girare l’Italia, le scuole, le associazioni, si sono sempre venute a creare occasioni di dialogo intorno a queste storie: questo perché nell’Italia di oggi ci sono musulmani, ebrei e cristiani che si parlano, qualche volta discutono anche animatamente, ma che si riconoscono come uomini e quindi si capiscono».

Anche l’arrivo della mostra alla Camera è stato un momento di incontro tra ebrei e musulmani. All’inaugurazione, infatti, sono intervenuti Daniele Nahum, presidente dell’Unione dei giovani ebrei italiani (Ugei) e Khalid Chaouki, presidente dell’associazione islamica Minareti.it, che è anche un’agenzia di informazione interattiva sul mondo arabo-musulmano. E insieme a loro sono stati numerosi i giovani presenti: alcuni con la kippah in testa, altri dai tratti mediorientali, qualche ragazza con il velo, insieme hanno seguito il percorso del racconto. A partire dalla storia della prima «giusta» riconosciuta dallo Yad Vashem nel 1985, la bosniaca Zejnaba Hardaga, che salvò la vita a un amico ebreo e che poi nel 1994 troverà rifugio dal bombardamento di Sarajevo proprio in Israele, con un salto fino alla cronaca di oggi, con la vicenda di Ahmed Kathib, un dodicenne di Jenin ucciso per sbaglio da un militare israeliano nel 2005, i cui organi sono stati donati dalla famiglia nonostante questa sapesse che sarebbero stati destinati a pazienti israeliani.

Tra i primi visitatori della mostra c’è stato anche il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.

«Quello che emerge da questi pannelli è l’umanesimo che accomuna tutte le tre grandi fedi», ha commentato Daniele Nahum. «La Shoah fu un’occasione straordinaria per dimostrarlo: lo fecero i musulmani ma anche tanti cattolici, e alla vigilia del 16 ottobre (domani cade il sessantaseiesimo anniversario del rastrellamento del ghetto ebraico di Roma – ndr) non si possono non ricordare le parrocchie, i cristiani, religiosi e non, che hanno salvato tanti ebrei dalla deportazione e che spesso hanno pagato con la vita. Altro che negazionismo: sarebbe bello se la Camera, il luogo più importante di tutto il Paese, quello in cui si riconoscono tutti i cittadini italiani, quale che sia la loro fede, decidesse di ospitare la mostra in forma permanente, per mostrarla a quei leader che continuano a dire che la Shoah è un’invenzione. Qui invece emerge un islam di pace, una risposta a chi oggi racconta, sbagliando, che è una fede violenta».

Khalid Chaouki è d’accordo: «Attraverso questo racconto noi musulmani abbiamo riscoperto una storia dimenticata e possiamo apprendere una lezione su cosa succede quando i princìpi islamici sono vissuti in purezza e pienezza. È la fede islamica che ha detto a queste persone che aiutare gli ebrei era la cosa giusta da fare. Oggi noi giovani abbiamo la responsabilità che quanto accaduto non si ripeta, che la violenza non trovi più spazio. Da questa mostra, che non è retorica ma storica, viene fuori che l’uomo viene prima di tutto, prima del pregiudizio. E sono contento che questo sia un altro spazio dove ritrovarci con gli amici dell’Ugei, con i quali ci stiamo aiutando vicendevolmente a ragionare con maggiore serenità su quanto accade in Medio Oriente. Perché ci riconosciamo nella stessa società italiana, nuova e aperta all’incontro, come giustamente in queste settimane va ripetendo il presidente della Camera Gianfranco Fini».

(La mostra I Giusti dell’islam è esposta a Roma, presso Camera dei deputati – complesso di vicolo Valdina 3/a fino al 23 ottobre prossimo. La si può visitare dal lunedì al venerdì dalle 10.00 alle 18.00. L’ingresso è libero)

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