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Alla fine da Ginevra arriva un sì a Goldstone

16/10/2009  |  Milano
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Alla fine da Ginevra arriva un sì a Goldstone
La Missione Goldstone durante un'udienza pubblica a Ginevra.

Questo pomeriggio, al termine di una sessione speciale, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, a Ginevra, ha avallato il Rapporto Goldstone sulle violazioni dei diritti umani commesse durante le operazioni militari nella Striscia di Gaza del dicembre-gennaio scorsi. In un primo tempo ogni decisione sul rapporto era stata rinviata a marzo 2010. Un rinvio richiesto dal Pakistan, in accordo con i vertici dell'Autorità Nazionale Palestinese, per non acuire le tensioni con Israele, responsabile di numerose violazioni secondo la Missione di indagine presieduta dal giudice Richard Goldstone. La mossa tattica aveva suscitato aspre polemiche tra i palestinesi ed ora è arrivato il dietro front. 


La dodicesima sessione ordinaria del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra si è chiusa il 2 ottobre scorso con il voto su una serie di risoluzioni riguardanti i temi trattati nei dibattiti. Tra le bozze di risoluzione all’esame dei rappresentanti degli Stati membri c’era anche quella introdotta il 25 settembre da Egitto (a nome del Movimento dei non allineati), Nigeria (per il Gruppo africano), Pakistan (per conto dell’Organizzazione della conferenza islamica) e Tunisia (a nome del Gruppo arabo). Il testo condannava Israele per il suo rifiuto a collaborare con la Missione di indagine sul conflitto di Gaza presieduta dal giudice Richard Goldstone. Inoltre, la bozza di risoluzione accoglieva positivamente il rapporto finale redatto dalla Missione e ne avallava le raccomandazioni finali rivolte alle parti (israeliani e palestinesi), alla comunità internazionale e agli organi delle Nazioni Unite.

Al momento del voto, però, il rappresentante diplomatico del Pakistan ha chiesto e ottenuto in un batter di ciglio di rinviare la questione alla tredicesima sessione del Consiglio, convocata a Ginevra nel marzo 2010. In pratica si decideva di non acuire le tensioni con Israele congelando il Rapporto per alcuni mesi. Passo che ovviamente il Pakistan aveva concordato con gli altri proponenti la bozza di risoluzione e con i vertici dell’Autorità Nazionale Palestinese. La mossa tattica ha suscitato, però, le accuse di Hamas ed aspre polemiche tra i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. Al punto che domenica 11 ottobre il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha giustificato la decisione dicendo che «la bozza di Risoluzione non raccoglieva il numero di consensi che auspicavamo. Da parte nostra non si voleva che questa bozza diventasse solo un numero, come tutte le altre risoluzioni sulla Palestina rimaste inapplicate».

Il Rapporto finale redatto dalla Missione Goldstone, creata per ricercare evantuali violazioni dei diritti umani prima, durante e dopo l’Operazione Piombo fuso, non risparmia critiche alle fazioni armate palestinesi, alla dirigenza di Hamas e ai responsabili dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma certamente è molto dettagliato e incalzante nel denunciare Israele. Per questa ragione molti palestinesi si aspettavano che i loro rappresentanti politici appoggiassero l’approvazione del documento da parte del Consiglio ginevrino.

Gli attacchi di Hamas nei suoi confronti per la gestione della vicenda, secondo Abu Mazen sono solo strumentali e mirano a ribadire le divergenze con Fatah, ritardando così il processo di ricomposizione delle divisioni attualmente in corso sotto il pungolo della mediazione egiziana.

Secondo quanto riportato da vari organi di stampa internazionale, il presidente palestinese avrebbe accettato il rinvio del Rapporto Goldstone dietro le insistenze della Casa Bianca, preoccupata dall’irrigidimento di Israele di fronte agli addebiti mossi dalla Missione d’inchiesta Onu.

Secondo Yasser Abed Rabbo, uno dei consiglieri di Abu Mazen, quella decisione è stata un errore. Un errore che Hamas ha utilizzato in una campagna che punterebbe a travolgere Abu Mazen e la dirigenza di Fatah alla guida dell’Autorità Nazionale Palestinese (l’Anp), l’embrione di Stato frutto degli Accordi di Oslo del 1993.

La prospettiva che tutta l’Anp finisca sotto il controllo di Hamas impensierisce molti. Che ne sarebbe dei negoziati e della soluzione «due Stati per due popoli»? Quali prospettive militari si schiuderebbero nell’area? Precipitosamente, si cerca di correre ai ripari con una speciale sessione del Consiglio per i diritti umani convocata su richiesta palestinese ieri e oggi a Ginevra e dedicata alla «situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati e a Gerusalemme Est». Nel pomeriggio è stata messa ai voti una presa di posizione ufficiale del Consiglio. Il Rapporto Goldstone risulta approvato con 25 favorevoli (Arabia Saudita, Argentina, Bahrein, Bangladesh, Bolivia, Brasile, Cile, Cina, Cuba, Egitto, Filippine, Ghana, Gibuti, Giordania, India, Indonesia, Mauritius, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Qatar, Russia, Senegal, Sud Africa, Zambia), 6 contrari (Italia, Paesi Bassi, Slovacchia, Stati Uniti, Ucraina, Ungheria) e 11 astensioni (Belgio, Bosnia Erzegovina, Burkina Faso, Camerun, Corea del Sud, Gabon, Giappone, Messico, Norvegia, Slovenia, Uruguay).

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