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Libano, urne che scottano

29/05/2009  |  Milano
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Siamo ormai alla vigilia di un appuntamento elettorale molto importante per il Medio Oriente: il 7 giugno il Libano vota per il suo nuovo Parlamento. In qualche modo è la «resa dei conti» per questo Paese da sempre alle prese con equilibri molto delicati. Ma è un voto che, probabilmente, sul futuro immediato dell'intera regione avrà molte più ricadute concrete delle parole di buon senso giunte in questi giorni da Washington sul processo di pace tra israeliani e palestinesi.


Siamo ormai alla vigilia di un appuntamento elettorale molto importante per il Medio Oriente: il 7 giugno il Libano vota per il suo nuovo Parlamento. In qualche modo è la «resa dei conti» per questo Paese da sempre alle prese con equilibri molto delicati. Ma è un voto che, probabilmente, sul futuro immediato dell’intera regione avrà molte più ricadute concrete delle parole di buon senso giunte in questi giorni da Washington sul processo di pace tra israeliani e palestinesi.

Piccola premessa: come ci arriva il Libano a queste elezioni? Ricapitoliamo brevemente i fatti degli ultimi anni. Il 14 febbraio 2005 viene ucciso da un’autobomba l’ex primo ministro sunnita Rafik Hariri. La reazione a questo fatto di sangue porta alla cosiddetta Rivoluzione dei cedri con la nascita dell’Alleanza del 14 marzo – che mette insieme tutte le forze anti-siriane -, il ritiro dal Paese delle truppe siriane e la vittoria di questo blocco alle elezioni della primavera 2005. All’opposizione va l’Alleanza dell’8 marzo, cioè quelle forze scese in piazza con gli sciiti di Hezbollah a sostegno della Siria e contro la Rivoluzione dei cedri. Il fronte anti-siriano si rivela però molto eterogeneo e – per di più – nel Paese continuano le autobombe. Inoltre nel febbraio 2006 il Free Patriotic Movement, il partito dell’ex generale maronita Michel Aoun, lascia l’Alleanza del 14 marzo e si allea con Hezbollah. Ed è in questa situazione che il 12 luglio 2006 scoppia la Seconda Guerra del Libano. Il resto ce lo ricordiamo bene: i 34 giorni di guerra, la distruzione massiccia, i razzi di Hezbollah sulle città israeliane, la risoluzione 1701 in forza della quale oggi in Libano ci sono i soldati dell’Unifil. Il problema è che quella guerra – strategicamente disastrosa per Israele – ha cambiato i rapporti di forza nella politica interna del Paese dei cedri. Così oggi si va alle elezioni con l’Alleanza dell’8 marzo come grande favorita.

L’articolo che rilanciamo dal quotidiano libanese The Daily Star ci racconta di un Michel Aoun che parla già da protagonista nel futuro governo, mentre Saad Hariri – il figlio dell’ex premier ucciso, che oggi guida l’Alleanza del 14 marzo – è sulla difensiva. Che non sia solo un’impressione lo confermano i sondaggi messi a confronto dal quotidiano al-Akhbar e rilanciati dal blogger Qifa Nakbi: alla maggioranza uscente vengono attribuiti tra 48 e 71 seggi (su 128); al blocco formato da Hezbollah e Aoun tra 57 e 80. Dunque, a meno di colpi di scena, Hezbollah dovrebbe vincere le elezioni, anche se non da solo ma come forza di maggioranza di una coalizione.

È il nuovo fallimento (postumo) della dottrina di George W. Bush, che aveva visto nella Rivoluzione dei Cedri l’inizio del nuovo Medio Oriente, a sua immagine e somiglianza. Salvo, però, poi lasciare per un mese i libanesi sotto i bombardamenti di Israele. Certi errori, alla fine, si pagano. Così oggi è già partito – tra gli orfani dei neo-con – il tam tam sugli scenari apocalittici che questo probabile risultato del voto del 7 giugno potrebbe portare con sé. L’articolo che rilanciamo dal Jerusalem Post è emblematico, perché dice che in Libano sta succedendo la stessa cosa che con Hamas a Gaza. E domani Israele «si troverà a combattere contemporaneamente su cinque fronti: l’Iran, la Siria, Hezbollah, Hamas e la Jihad globale». All’appello mancano solo la Spectre e la Banda Bassotti

Personalmente non ho nessuna simpatia per Hezbollah, come non ce l’ho per Hamas. Ma il problema è che si continua a non capire che questi movimenti sono insieme partito politico, ong di assistenza alla popolazione e guerriglia. Non si può affrontare il terzo volto senza tenere presente che ci sono anche il primo e il secondo. Ed è solo tagliando le gambe al loro consenso popolare che si sconfiggono. La strada dell’isolamento e della pressione militare non fa altro che rafforzarli, proprio come la seconda guerra del Libano dimostra.

Nel mondo arabo dobbiamo fare i conti con il consenso, che oggi non sta dalla parte che vorremmo. Ce lo dice l’ultimo articolo, che rilanciamo da Yedioth Ahronot. Un sondaggio condotto da un istituto di ricerca americano in Siria, Libano, Egitto, Marocco, Giordania e Arabia Saudita su chi sia il leader arabo più popolare ha dato questo risultato: primo il presidente siriano Assad, secondo lo sceicco di Adu Dhabi Mohammad al-Nayan, terzo il leader di Hezbollah Nasrallah. Il presidente egiziano Mubarak, il re di Giordania Abdallah e nemmeno l’altro Abdallah, il principe dell’Arabia Saudita sono in classifica. I casi sono due: o decidiamo che gli arabi non sono persone come tutte le altre e dunque per loro la democrazia non va bene, oppure è ora che cominciamo a fare i conti con le ragioni di questo consenso. Magari anche adoperandosi affinché le parole di buon senso in Medio Oriente non restino – come sempre – lettera morta.

Clicca qui l’articolo di The Daily Star
Clicca qui per leggere i sondaggi sulle elezioni libanesi
Clicca qui per leggere l’articolo del Jerusalem Post
Clicca qui per leggere l’articolo di Yedioth Ahronot

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