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Archeologia militante

04/05/2009  |  Milano
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Sta per succedere qualcosa di grosso a Gerusalemme. E non è una buona notizia per la pace. In questi ultimi giorni è tornata pericolosamente a salire la tensione intorno al quartiere di Al-Bustan, un gruppo di case arabo a due passi dal Muro Occidentale su cui da tempo Elad - il braccio archeologico-immobiliare dei coloni - vuole mettere le mani. E adesso a gettare benzina sul fuoco è addirittura il ministro degli Interni del governo di Israele. Questa è la tipica vicenda che può scatenare il finimondo in Terra Santa.


Sta per succedere qualcosa di grosso a Gerusalemme. E non è una buona notizia per la pace. In questi ultimi giorni è tornata pericolosamente a salire la tensione intorno al quartiere di Al-Bustan, un gruppo di case arabo a due passi dal Muro Occidentale su cui da tempo Elad – il braccio archeologico-immobiliare dei coloni – vuole mettere le mani. E adesso a gettare benzina sul fuoco è addirittura il ministro degli Interni del governo di Israele.

Questa è la tipica vicenda che può scatenare il finimondo in Terra Santa. E invece, con il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman oggi e domani in visita a Roma, si parlerà delle solite parole vuote tipo «i due Stati». Intanto come raccontano tutti i giornali israeliani – qui sotto rilanciamo l’articolo di Yediot Ahronot -, ieri il ministro degli Interni del governo israeliano, Eli Yishai, ha preso parte a un incontro tra imprenditori promosso dalla municipalità di Gerusalemme. E qui ha dichiarato che «la Città di Davide è il nostro alveo e quindi qui abbiamo tutto il diritto di costruire». Attenzione: non si tratta di una generica affermazione sulle edificazioni a Gerusalemme Est, a cui ormai siamo abituati. La «Città di Davide» è un’area ben precisa, a poche centinaia di metri dal Muro Occidentale e dalla Moschea di Al-Aqsa. Si tratta dell’area subito sotto il parco archeologico Ir David, attualmente «occupata» dalle ottanta case di Al-Bustan, un pezzo del vecchio villaggio arabo di Silwan, annesso entro i confini della municipalità di Gerusalemme nel 1967. Qui alcuni archeologi (ma non altri) sostengono che ai tempi del re Davide (cioè tremila anni fa) ci fossero i giardini del palazzo reale. E tanto basta per rivendicare il diritto a espandere il parco archeologico e costruire nuove case per gli ebrei, ovviamente dopo aver mandato via gli arabi.

È un braccio di ferro che va avanti ormai da due anni. Ma in questi ultimi mesi ha conosciuto un’accelerazione. La municipalità guidata dal nuovo sindaco di Gerusalemme – il «laico» Nil Barkat – ha inviato ordini di demolizione per le case «abusive». È il solito giochetto abbastanza squallido: bisognerebbe infatti spiegare perché quelle case sono abusive. Si scoprirebbe che è semplicemente perché sotto i giordani non esisteva un piano regolatore dell’area. E quando Israele – dopo la Guerra dei sei giorni nel 1967 – ne ha assunto il controllo, la municipalità si è guardata bene da farne uno suo. Per questo le case arabe – abitate da decenni – adesso risultano «abusive». La municipalità ha «generosamente» offerto ai loro abitanti soluzioni abitative alternative. Ovviamente lontano dal centro di Gerusalemme. L’obiettivo è chiaro: cancellare una presenza araba su un posto dove tremila anni fa forse c’erano i giardini del re Davide. E adesso che alla guida del Paese c’è un governo amico dei coloni si preme l’acceleratore. Così Silwan – come ha scritto qualche settimana Akiva Eldar su Haaretz – è diventato il cuore della tempesta.

Ma c’erano poi davvero qui i giardini di Davide tremila anni fa? A metterlo in dubbio è un archeologo, Yonathan Mizrai, sul sito di alt-arch, l’associazione di archeologi israeliani che contesta la sempre più forte politicizzazione del loro lavoro. In un articolo sostiene che non c’è nessuna evidenza archeologica di questo fatto. E ricorda che – tra l’altro – in quella stessa zona sono stati ritrovati reperti che risalgono all’età del Bronzo, cioè ben 5.000 anni fa. Perché li si considera meno importanti rispetto all’ipotetico giardino di Davide?

È una domanda che bisognerebbe porre oggi ad Avigdor Liberman. Al posto di tante altre chiacchiere inutili.

Clicca qui per leggere l’articolo di Yediot Ahronot

Clicca qui per leggere l’articolo di Akiva Eldar su Haaretz

Clicca qui per leggere l’articolo di Yonathan Mizrahi