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Il seminario su Pio XII. Un punto di vista ebraico

23/03/2009  |  Gerusalemme
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Sul seminario di studio svoltosi a Gerusalemme l'8 e 9 marzo abbiamo voluto raccogliere anche le valutazioni di uno degli storici ebraici che vi hanno preso parte. Il prof. Sergio I. Minerbi, israeliano di origine italiana, è intervenuto con una relazione che ha lasciato perplessi gli ascoltatori cattolici. Già ambasciatore di Israele presso l'Unione Europea e docente in varie università israeliane, Minerbi sostiene che Pio XII può essere forse considerato un buon politico, ma non un santo.


(g.s.) – Sul seminario di studio svoltosi a Gerusalemme l’8 e 9 marzo abbiamo voluto raccogliere anche le valutazioni di uno degli storici ebraici che vi hanno preso parte. Il prof. Sergio I. Minerbi, israeliano di origine italiana, è intervenuto con una relazione che ha lasciato perplessi gli ascoltatori cattolici. Già ambasciatore di Israele presso l’Unione Europea e docente in varie università israeliane, Minerbi sostiene che Pio XII può essere considerato un buon politico, ma non un santo.

Professor Minerbi, cosa ha indotto Yad Vashem a promuovere il seminario in collaborazione con lo Studium teologico salesiano e quali sono le sue personali valutazioni sulla due giorni dell’8 e 9 marzo? Vi ha colto delle novità?
Immagino che lo scopo di Yad Vashem sia stato quello di verificare se si possono smussare gli angoli, avvicinare le posizioni, trovare un terreno di intesa. Tra le novità metterei in primo piano lo studio della professoressa Grazia Loparco, una religiosa che ha documentato l’accoglienza di ebrei negli istituti cattolici romani nel periodo che va dal 16 ottobre 1943 (giorno del rastrellamento nazista nel ghetto di Roma – ndr) alla liberazione del 4 giugno 1944. Rimane aperta però la questione se tale accoglienza sia stata frutto della solidarietà spontanea dei religiosi oppure di un ordine scritto od orale del Pontefice. Non capisco perchè alcuni cattolici preferiscano la gloria di un individuo discusso, al riconoscimento di un’azione magnifica di decine di religiosi cattolici che hanno rischiato la propria vita per salvare ebrei in quei frangenti.

Quale è stato, in sintesi, il suo contributo alla discussione?
Ho presentato una relazione su Pio XII e il 16 ottobre. Fin dal 9 settembre 1943, quando Roma non era ancora del tutto occupata dai nazisti, il Segretario di Stato card. Luigi Maglione si preoccupò di richiedere all’ambasciatore tedesco di riconoscere «la neutralità» del Vaticano, ossia evitare l’invasione del piccolo Stato da parte delle truppe naziste e una possibile deportazione del Papa. Il ministro degli Esteri Joachim von Ribbentrop impiegò quasi un mese per dare il suo assenso, che arrivò a Roma il 4 ottobre 1943. L’ordine di effettuare una retata degli ebrei di Roma era arrivato a Herbert Kappler fin dal 25 settembre e la risposta di Ribbentrop arrivò quando ormai la macchina dello sterminio era in moto. L’ambasciatore Ernst von Weizsäcker fu ricevuto il 7 ottobre da Maglione e il 9 ottobre da Pio XII; nelle conversazioni si parlò della garanzia (non scritta) di Ribbentrop alla neutralità vaticana in cambio di una dichiarazione scritta che la Santa Sede fece sull’Osservatore Romano alla fine di ottobre. La razzia contro gli ebrei fu effettuata il 16 ottobre e Maglione convocò il giorno stesso l’ambasciatore di Germania, ma non presentò nessuna protesta né orale né tanto meno scritta. Ho osato supporre che Pio XII sia stato informato dei piani nazisti fin dal 9 ottobre ed abbia deciso che per il bene supremo della Chiesa fosse preferibile non protestare né in pubblico né in privato, né oralmente né con una nota scritta.
Perfino dopo la razzia, quando ormai 1.022 ebrei erano stati inviati ad Auschwitz per esservi uccisi, il Papa non ritenne opportuno sollevare la questione della deportazione degli ebrei nelle sue conversazioni diplomatiche mentre espresse le sue preoccupazioni per una possible insurrezione comunista.
Il 18 ottobre 1943 Pio XII ricevette in udienza Osborne, rappresentante diplomatico della Gran Bretagna, e il giorno dopo Tittman, diplomatico americano. A nessuno dei due Pio XII raccontò cosa fosse successo agli ebrei il 16 ottobre. È un indice dello scarso interesse per gli ebrei da parte del Pontefice.

Si è effettivamente aperta una strada di collaborazione? Quali percorsi intravede?
Voglio sperare che questo primo incontro sia seguito da altre iniziative tese alla comprensione reciproca. Né io né gli altri studiosi ebrei abbiamo interessi al di fuori della ricerca della verità. Da parte cattolica si vuole arrivare alla beatificazione di Pio XII. A mio avviso egli potrebbe avere molti titoli per essere considerato un bravo politico, ma un santo certo non era. Durante tutta la Guerra non pronunciò mai la parola «ebreo». Se ci fossero documenti probanti della sua santità, i quattro redattori (1) dei documenti vaticani li avrebbero già pubblicati. Poiché la Chiesa talvolta agisce «sub specie aeternitatis» si può sperare che anche la beatificazione di Pio XII si prolunghi per alcuni secoli come è già successo in altri casi. «Ai posteri l’ardua sentenza».

(1) – Ndr: Su impulso di Papa Paolo VI, gli studiosi Pierre Blet, Robert Graham, Angelo Martini e Burkhart Schneider curarono, nel 1974-75, la pubblicazione di una serie di documenti d’archivio della Santa Sede relativi al periodo della Seconda guerra mondiale. La collezione va sotto il nome di Actes et Documents du Saint Siege (Adss) relatifs à la Seconde Guerre Mondiale.

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