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Da Tel Aviv all’India

30/03/2009  |  Milano
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Karma Kosher mette a tema l'evoluzione culturale di una parte della gioventù israeliana, quella che va sotto il nome di «generazione Libano», di stampo progressista, laicista e benestante. Una gioventù che non ha come punto di riferimento Gerusalemme, ma Tel Aviv. Il titolo del libro allude a un fenomeno peculiare, che si intensifica soprattutto alla fine del periodo di leva: si tratta di un approccio massiccio e sommario alle discipline orientali, riecheggiato dalla produzione culturale pop, musicale e letteraria, poco conosciuta all'estero e qui presentata diffusamente da Anna Momigliano.


Sballo, divertimento, evasione dalla realtà, un congruo consumo di droga e alcol, vita notturna goduta ad ampie boccate, disinteresse verso la res publica: così, se non peggio, bighellonano i giovani in molte parti del mondo. Ciò che ovunque può essere inteso come mancanza di valori, rifiuto delle responsabilità, eterna infanzia, in Israele rappresenta da anni un’ipotesi di pace, paradossalmente, per alcuni aspetti, il sentiero più largo e il più certo. È il desiderio di normalità che una generazione di giovani israeliani dopo l’altra ha espresso dagli anni Novanta fino ad oggi, e che ha costituito una buona porzione della base e della linfa vitale della sinistra di Yitzhak Rabin ed Ehud Barak, quella tradizionalmente più propositiva nel favorire la risoluzione dei diversi conflitti in cui Israele è coinvolto. Un bisogno di pace non corrisposto, più che un ideale tutto da realizzare: la pace non è la realtà. Fuori dal sogno ogni proposta politica verso la fine del conflitto si contrae e periodicamente si interrompe se la quotidianità è costituita dagli attacchi suicidi sui mezzi pubblici e nei centri commerciali, dai razzi libanesi e palestinesi, dai continui richiami alle armi, dal triennale servizio militare che spesso si concretizza in azioni belliche vere e proprie, dai check point, da una tensione psicologica mai completamente smaltita, nemmeno quando le armi sembrano tacere per qualche tempo.

Per questo dalla realtà si fugge. Anna Momigliano, enfant prodige del giornalismo che ha svolto l’intero cursus studiorum in Israele, racconta in Karma Kosher, edito da Marsilio/Tempi, l’evoluzione culturale di una parte della gioventù israeliana, la cosiddetta «generazione Libano», normalmente progressista, benestante, laicista, dall’assassinio nel 1995 di Rabin fino ai nostri giorni. Una gioventù che non ha come punto di riferimento Gerusalemme, capitale ideale e storica di Israele, ma Tel Aviv, soprannominata «la bolla», con i suoi mille locali, le sue star musicali ribelli e anticonformiste, capitale di un’isola che non c’è.

Il titolo del libro riassume un fenomeno peculiare per i giovani israeliani, che si intensifica soprattutto alla fine del periodo di leva, quando molti di loro partono per l’India alla ricerca di liberazione: si tratta di un approccio massiccio quanto sommario alle discipline orientali simile, per modalità e obiettivi, a quello proprio della cultura hippy statunitense in rapporto alla guerra del Vietnam. Ciò costituisce l’epifenomeno di una situazione riecheggiata continuamente dalla produzione culturale pop, musicale e letteraria, poco conosciuta all’estero e qui presentata diffusamente da Anna Momigliano, in cui si specchiano in parte anche le alterne vicende della politica interna ed estera di Israele, soprattutto in relazione al rapporto con i palestinesi e i Paesi arabi. Raccontare il punto di vista di una parte dei giovani israeliani è il compito che si è prefissato Karma Kosher: un’analisi non esaustiva di ciò che Israele è e di ciò da cui Israele è circondato, ma una testimonianza realistica e probabilmente poco conosciuta della percezione che una componente importante del Paese ha di sé.

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