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Un gruppo di vescovi europei e nordamericani in Terra Santa

08/01/2009  |  Milano
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Una delegazione di vescovi cattolici dell'Europa e del Nord America giunge domani, 9 gennaio, a Gerusalemme e Betlemme. Il gruppo, creato nell'ottobre 1998, su impulso della Santa Sede, effettua ogni anno un viaggio nell'area. Terrasanta.net ha parlato con uno dei partecipanti: mons. William Kenney (62 anni) vescovo ausiliare di Birmingham, in Inghilterra. Religioso passionista e portavoce per le questioni europee della Conferenza episcopale d'Inghilterra e del Galles, mons. Kenney ci illustra gli scopi dell'iniziativa e parla del conflitto in corso nella Striscia di Gaza e delle speranze di una visita papale in Terra Santa nel corso di quest'anno


Il Coordinamento Terra Santa 2009, un’importante delegazione di vescovi cattolici dell’Europa e del Nord America, giunge domani, 9 gennaio, a Gerusalemme e Betlemme. Il gruppo, creato a Gerusalemme nell’ottobre 1998, su impulso della Santa Sede, effettua ogni anno un viaggio nell’area. Terrasanta.net ha parlato con uno dei partecipanti: mons. William Kenney (62 anni) vescovo ausiliare di Birmingham, in Inghilterra. Religioso passionista e portavoce per le questioni europee della Conferenza episcopale d’Inghilterra e del Galles, mons. Kenney ci illustra gli scopi dell’iniziativa e parla del conflitto in corso nella Striscia di Gaza e delle speranze di una visita papale in Terra Santa nel corso di quest’anno.

Monsignor Kenney, qual è lo scopo del vostro viaggio in Terra Santa?
Si tratta di un appuntamento che si rinnova ogni anno. Siamo un gruppo di vescovi messo insieme dal Vaticano per offrire sostegno ai vescovi della Terra Santa. Ci rechiamo laggiù ogni gennaio a cominciare dal 2001/2002. Il primo intento è di dare sostegno, come dicevo, il secondo è di mostrare solidarietà ai cristiani di laggiù, che come sappiamo bene si trovano in una situazione molto delicata. Vogliamo mostrare a quegli uomini e donne che non li dimentichiamo e che sono presenti nei nostri cuori. È molto difficile incoraggiarli a restare quando avrebbero l’opportunità di andarsene, ma in definitiva è proprio ciò che vorremmo: che permanga una presenza cristiana in Terra Santa o per meglio dire in Israele e in Cisgiordania, dal momento che tale presenza non è in forse in Giordania e nel nord di Israele.

Quale sarà il vostro itinerario nel corso del soggiorno laggiù?
Varia di volta in volta. Quest’anno staremo soltanto a Betlemme e visiteremo le scuole e le parrocchie della zona, senza trascurare di incontrare gli studenti dell’Università di Betlemme. Verremo anche aggiornati sugli sviluppi della situazione, tanto dal nunzio apostolico  quanto dal nuovo patriarca latino (rispettivamente mons. Antonio Franco e mons. Fouad Twal – ndr). Sono previste anche un paio di altre conferenze.

È una sorta di missione conoscitiva?
È qualcosa di più. Praticamente tutti i partecipanti al viaggio sono già stati in Terra Santa almeno una volta e quindi non si tratta più di prendere familiarità coi dati essenziali. Ma ovviamente, alla luce degli sviluppi recenti sul versante della sicurezza, si è discusso sull’opportunità o meno di effettuare il viaggio. Non riteniamo che a Betlemme vi siano pericoli, ma ci siamo detti che mai quanto ora, con una guerra in corso, i cristiani hanno bisogno di sostegno. Proprio questa mattina abbiamo sentito tutti la notizia che la guerra potrebbe cominciare anche al nord. Al momento non sappiamo ancora (il vescovo fa riferimento al lancio sulla Galilea di alcuni razzi partiti da rampe di lancio nel Libano meridionale. L’artiglieria israeliana ha risposto al fuoco; il movimento Hezbollah ha negato di essere responsabile dei lanci, attribuiti a palestinesi profughi in Libano – ndr).

Cosa ne pensa dell’attuale situazione a Gaza? La Chiesa come dovrebbe rispondere?
Giovanni Paolo II era solito dire: quando vai alla guerra hai già perso, l’umanità ha fallito quando si arriva a combattere. Ho sempre ritenuto che ciò sia molto vero. Se è importante che noi andiamo in Terra Santa proprio ora è anche perché c’è bisogno di rimarcare che ci sono altri valori che la Chiesa propugna, in particolare che è la popolazione che conta e non il prestigio o il potere. Molto di quanto sta accadendo non avverrebbe se ognuno pensasse alla gente che ci va di mezzo. Hamas non sparerebbe razzi in modo indiscriminato con l’intento di uccidere non importa chi. E Israele non potrebbe arrivare a uccidere almeno 500 persone in nome dell’autodifesa. Il numero dei morti israeliani è piccolissimo, ma questo non significa affatto che io approvi l’uccisione di un solo israeliano.

Voglio sottolineare che ad essere uccisi sono uomini e donne, e ogni volta che uccidi qualcuno offendi e ferisci profondamente un altro gruppo di persone perché tutti sono figli e figlie di qualcun altro, o mariti e mogli, o genitori. La violenza genera altra violenza. Occorre spezzare questo circolo vizioso.

Con una dichiarazione controversa, il cardinale Renato Martino, presidente del Pontificio consiglio Giustizia e Pace, ieri ha detto che Gaza è diventata un «campo di concentramento», espressione che ha irritato molti ebrei e israeliani…
Rammento quello che scrissi due anni fa in un articolo per il Birmingham Post, e cioè che ero appena rientrato da due delle più grandi prigioni a cielo aperto del mondo: la Striscia di Gaza e Betlemme. Quindi direi che non c’è nulla di nuovo (nelle parole del cardinale).

Qualcuno però osserva che forse il Vaticano dovrebbe difendere Israele più apertamente, così da contribuire ad evitare che lo Stato ebraico faccia ricorso al militarismo. Cosa ne pensa?
Entriamo in un discorso molto complesso. Se da una parte ufficialmente vi sono relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Israele, resta il fatto, per quanto mi risulta, che Israele non ha ancora ratificato l’Accordo fondamentale, così che le relazioni tra Vaticano e Israele restano poco chiare, indefinite. E ciò non aiuta. Ma non credo che Israele possa nutrire alcun dubbio circa il fatto che il Vaticano condanni ogni violenza, la violenza israeliana ma, naturalmente, anche la violenza di Hamas.

Come già dicevo, dobbiamo provare a pensare, o i diplomatici e coloro che hanno potere dovrebbero pensare, con categorie che ci allontanino dal credere che si possa costringere la gente a fare determinate cose o a indurla a ritenere che è bene che si comporti in un certo modo.

C’è una tesi secondo cui per meglio comprendere le azioni di Israele bisogna rendersi conto che la comunità internazionale non sostiene davvero il suo diritto ad esistere. Eccezion fatta per gli Stati Uniti, si ritiene che Israele sia qualcosa di temporaneo e non uno Stato destinato a rimanere. Come la vede?
Lei sa che per la nostra Conferenza episcopale mi occupo di questioni europee. Posso dire soltanto che l’Unione Europea non considera Israele come un’esperienza transitoria, ma ritiene che la risposta al problema della Palestina sia la soluzione dei due Stati. All’infuori di Hamas, naturalmente, non ho mai sentito alcun politico in Europa sostenere che Israele non debba continuare ad esistere.

Durante il vostro soggiorno, farete qualcosa per contribuire a preparare la visita del Santo Padre alla Terra Santa nel prossimo maggio?
La questione non ha nulla a che fare con noi. Se ci sarà qualcosa da riferire in proposito, sono certo che il nunzio ce ne metterà a parte.

Ovviamente sarete lieti che il viaggio papale possa concretizzarsi.
Sarebbe meraviglioso, ma non vorrei affatto che sembrasse, neppure indirettamente, che il Santo Padre approvi la violenza di una delle parti in causa. Sarebbe pericoloso. Al momento sul viaggio c’è un punto di domanda. Sarei lieto che si potesse realizzare, ma non nelle attuali circostanze.

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