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Il Natale di Gaza

22/12/2008  |  Milano
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Sarà un altro Natale carico di tensione e paura quello dei cristiani di Gaza. La tregua è finita, i lanci di missili palestinesi Qassam e le ritorsioni dell'aviazione israeliana sono ricominciate, il soldato israeliano Gilad Shalit è sempre prigioniero e si ritorna a parlare di un'azione di terra di Israele per spazzare via Hamas. In questo quadro tutt'altro che rassicurante ieri i cristiani di Gaza hanno potuto almeno ricevere la prima visita del patriarca latino Fouad Twal, come racconta l'agenzia palestinese Maan.


Sarà un altro Natale carico di tensione e paura quello dei cristiani di Gaza. La tregua è finita, i lanci di missili palestinesi Qassam e le ritorsioni dell’aviazione israeliana sono ricominciate, il soldato israeliano Gilad Shalit è sempre prigioniero e si ritorna a parlare di un’azione di terra di Israele per spazzare via Hamas. In questo quadro tutt’altro che rassicurante ieri i cristiani di Gaza hanno potuto almeno ricevere la prima visita del patriarca latino Fouad Twal, come racconta l’agenzia palestinese Maan.

Il presule non ha ovviamente ignorato la situazione di queste ore. «Dove sono oggi gli operatori di pace?», si è chiesto, dando voce alle ansie di tutti. Twal ha criticato Israele per il blocco alla Striscia che – tra l’altro – anche quest’anno ha impedito ai cristiani di Gaza di visitare Betlemme durante l’Avvento e in questo tempo di Natale. Ma il patriarca ha anche espresso tutta la sua preoccupazione per la situazione interna palestinese. In particolare ha espresso la speranza «che i palestinesi imparino a risolvere da sé i propri problemi, senza aspettare l’intervento di mediatori esterni». Un chiaro invito a un’assunzione di responsabilità in una situazione ormai catastrofica. Sullo sfondo c’è la crisi istituzionale, ormai dietro l’angolo: il 9 gennaio scade il mandato del presidente Abu Mazen senza che sia stato trovato un accordo tra le fazioni. Lo scenario più probabile è che venga sciolta anche l’Assemblea legislativa (il parlamento palestinese) e si vada ad aprile a elezioni contemporanee sia per il nuovo presidente sia per il nuovo parlamento. In questo modo Fatah cercherebbe di giocarsi il tutto per tutto, contando anche sulla nuova legge elettorale proporzionale che ridimensiona il peso di Hamas a Gaza. Non è affatto detto – però – che questo passaggio sia pacifico. E anche questo è uno scenario da tenere ben presente per capire quanto sta succedendo a Gaza.

Una crisi nel mezzo di due campagne elettorali, dunque. Cioè lo scenario peggiore. Lo si coglie chiaramente dal crescendo di dichiarazioni di queste ore. Ritornano in voga idee come quella degli «omicidi mirati» dei leader di Hamas. Da parte israeliana qualcuno dice addirittura che sarebbero gli stessi leader arabi moderati a chiederlo. Che sia vero oppure no, è la solita follia: si è visto nel 2004 con gli omicidi di Yassin e Rantisi quanto abbia funzionato; hanno «solo» stravinto le elezioni nel gennaio 2006. Creare nuovi «martiri» serve solo a rafforzare Hamas. Che fare, allora? Un’analisi come al solito molto lucida è quella proposta su Haaretz da Akiva Eldar. Se la prende con quella falsa versione del «centrismo» che alla fine in politica porta solo a non decidere mai niente. Una tregua – spiega – ha senso se è legata a un’idea su come darle una prospettiva politica. Altrimenti è solo un modo per barcamenarsi. E per forza finisce. «La sindrome di evitare decisioni scomode – scrive Eldar – negli ultimi anni si è trasformata in una piaga. I politici che stanno seduti sul muro, con un piede da una parte e una dall’altra, sono diventati la specialità del mese». Intanto a Gaza si continua a soffrire.

Clicca qui per leggere sul sito palestinese Maan la notizia sulla visita del patriarca latino a Gaza

Clicca qui per leggere l’analisi di Akiva Eldar su Haaretz

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