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Il dilemma di Gaza

03/03/2008  |  Milano
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Una sequenza di morte che a ondate si ripete inesorabile ormai da otto mesi e mezzo. È difficile sfuggire a questa sensazione pensando a quanto successo di nuovo a Gaza nelle ultime ore. L'aspetto più sconcertante è l'assoluta inutilità di questo bagno di sangue. Perché è sotto gli occhi di tutti un fatto: anche quest'ultima operazione israeliana non ha diminuito, ma solo aumentato ulteriormente il numero di razzi caduti sul territorio israeliano. Guardiamo alla situazione dando voce a due differenti prospettive: una israeliana, tratta dal quotidiano Yedioth Ahronot e una araba pubblicata dal saudita Arab News.


Una sequenza di morte che a ondate si ripete inesorabile ormai da otto mesi e mezzo. Con l’unica differenza che ogni volta il numero delle vittime civili cresce. È difficile sfuggire a questa sensazione pensando a quanto successo di nuovo a Gaza nelle ultime ore. Assassinio mirato di alcuni uomini di Hamas, lancio di missili da Gaza su Sderot e ora anche su Ashkelon, operazione militare israeliana su vasta scala fino al ritiro stamattina, appena in tempo prima dell’arrivo nella regione del segretario di Stato americano Condoleezza Rice. Con il lancio di missili Qassam che però va avanti.

L’aspetto più sconcertante è l’assoluta inutilità di questo bagno di sangue. Perché è sotto gli occhi di tutti un fatto: anche quest’ultima operazione israeliana non ha diminuito, ma solo aumentato ulteriormente il numero di razzi caduti sul territorio israeliano. Guardando alla situazione con gli occhi di Israele a fotografare oggi molto bene la situazione è Nahum Barnea, una delle firme più prestigiose di Yedioth Ahronot. La verità – sostiene – è che abbiamo di fronte solo due alternative: o raccogliere i segnali lanciati da Hamas per arrivare a un cessate il fuoco che veda la fine degli assassinii mirati e la fine dei lanci di Qassam (sapendo però che Hamas sfrutterà questa situazione per rinsaldare le sue posizioni) o tornare a occupare stabilmente la striscia di Gaza (anche in questo caso però già sapendo che la Striscia di Gaza è un territorio incontrollabile per Israele). È come scegliere tra la peste e il colera – commenta Barnea -. Però non si può andare avanti senza seguire nessuna delle due strade, come invece si è fatto in questi mesi.

Da parte araba altrettanto interessanti sono i toni dell’editoriale pubblicato oggi su Arab News. Quotidiano saudita – è bene sottolinearlo – tra i più moderati della regione. Alla radice del problema di Gaza – ricorda – non c’è Hamas, ma la situazione insostenibile in cui in questa striscia di terra vivono 1 milione e 500 mila palestinesi. Finché non si riuscirà a dare loro una speranza, non ci sarà via d’uscita. Per questo – sostiene Arab News – una nuova occupazione israeliana sarebbe una mossa suicida. La storia ha già dimostrato che non funziona. L’unica strada – continua il quotidiano saudita – è quella della trattativa che sotto traccia si era già provato a imbastire.

In queste ore tutti hanno celebrato il funerale delle promesse di Annapolis. Ed è oggettivamente difficile negare il fallimento di quel percorso. Il problema, però, è capirne davvero le ragioni. Annapolis non è fallita perché era sbagliato pensare di poter riprendere una trattativa tra israeliani e palestinesi. Annapolis è fallita perché ci si è illusi di poter far finta che Gaza non esistesse. Se in queste ore la comunità internazionale vuole davvero salvare ciò che di buono quello sforzo ha comunque prodotto è da qui che si deve ripartire.

Clicca qui per leggere l’articolo di Yedioth Ahronot

Clicca qui per leggere l’articolo di Arab News

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