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L’esodo degli ebrei russi

06/12/2007  |  Milano
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L’esodo degli ebrei russi
La sinagoga maggiore di San Pietroburgo, in Russia.

Qual è la sorte degli ebrei russi? Se lo chiede Haviv Rettig in un interessante articolo che rilanciamo dal Jerusalem Post. Vi si non parla tanto degli ebrei russi (un milione) che dagli anni Novanta sono immigrati in Israele. Il discorso si concentra invece sugli altri: i circa 700 mila rimasti nell'ex Unione Sovietica, gli altrettanti ebrei russofoni emigrati negli Stati Uniti e i 200 mila che vivono in Germania. Che cosa è rimasto di questa comunità della diaspora così importante per la storia dell'ebraismo?


«Gli ebrei russi? Li abbiamo persi nel deserto». È l’analisi che Haviv Rettig propone in questo interessante articolo che rilanciamo dal Jerusalem Post. Un articolo che non parla tanto degli ebrei russi (un milione) che dagli anni Novanta sono immigrati in Israele, offrendo al Paese un contributo decisivo per la crescita di questi ultimi anni. Il discorso si concentra invece sugli altri: i circa 700 mila rimasti nell’ex Unione Sovietica. Gli altrettanti ebrei russofoni emigrati negli Stati Uniti. E i 200 mila che vivono in Germania. Che cosa è rimasto di questa comunità della diaspora così importante per la storia dell’ebraismo? Quasi nulla, sostiene Rettig. Perché – a parte l’eccezione di Israele – gli ebrei russofoni oggi sono tra quelli che più facilmente si assimilano alla comunità in cui vivono. Tra i russi degli Stati Uniti, scrive, il tasso di assimilazione arriva a toccare addirittura l’80 per cento.

Per questo – sostiene ancora l’articolo del Jerusalem Post – dobbiamo smettere di sostenere che la soluzione per gli ebrei russi è l’aliyah, cioè «l’ascesa verso Gerusalemme». La vera sfida oggi è far sì che esista ancora una comunità ebraica in Russia. E che gli ex-sovietici emigrati negli Stati Uniti o in Germania trovino spazi per coltivare la propria specifica identità. «Il mondo ebraico al di fuori di Israele – conclude Haviv Rettig – ha aiutato a salvare gli ebrei dell’ex Unione Sovietica dalla sua schiavitù in Egitto, ma ha fatto anche abbastanza per condurre quella comunità, una volta libera, oltre il deserto del Sinai?».

Clicca qui per leggere l’articolo del Jerusalem Post