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Delitto d’onore. Anche in Giordania

02/05/2007  |  Milano
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Delitto d’onore. Anche in Giordania
Volti di donne giordane.

Anche in Giordania, come in altre parti del mondo, i delitti d'onore sono socialmente accettati e legalmente sanzionati con pene lievi. Dall'inizio del 2007 si contano già quattro omicidi compiuti all'interno dei clan parentali. Solo l'anno scorso circa 15-20 donne sono state accoltellate, picchiate o strangolate fino a morire, colpite da un membro della loro famiglia. Gli assassini in alcuni casi erano le madri o le sorelle delle vittime. Chi uccide una parente per proteggere l'onore della famiglia viene punito con una breve detenzione. Se non c'è di mezzo l'onore per l'omicidio premeditato è prevista anche la pena di morte.


(e.s.) – La storia di Hina, la ragazza pakistana residente a Sarezzo in provincia di Brescia, uccisa dal padre, nell’agosto 2006, perché troppo disinibita, aveva destato molto scalpore in Italia. Accoltellata e sepolta nel giardino di casa con l’aiuto dei parenti, Hina era per la sua famiglia «colpevole» perché non seguiva i precetti religiosi.

Non si tratta, però, di un delitto raro. Come il copione di un dramma, la storia di Hina uccisa per mano dei familiari, si ripete in molte altre parti del mondo. Anche in Giordania, dove i delitti d’onore sono socialmente accettati e legalmente sanzionati con pene lievi. Dall’inizio del 2007 si contano già quattro omicidi compiuti all’interno dei clan parentali. Solo l’anno scorso circa 15-20 donne sono state accoltellate, picchiate o strangolate fino a morire, colpite da un membro della loro famiglia. Gli assassini in alcuni casi erano le madri o le sorelle delle vittime.

In Giordania, la legge continua ad essere indulgente con chi uccide un parente di sesso femminile cercando di proteggere l’onore della propria famiglia. Mentre l’omicidio premeditato è punito anche con la pena di morte, sono previste pene meno pesanti per i delitti d’onore: al massimo un breve periodo di detenzione.

A questo «sostegno legale» si aggiunge poi l’omertà e l’accettazione da parte della comunità. Gli attivisti per i diritti umani incontrano enormi difficoltà ad abbattere gli ostacoli culturali che tollerano chi uccide una famigliare colpevole di adulterio. E anche quando le donne arrivano a ricoprire ruoli politici, difficilmente intervengono contro tali pratiche. Incapaci di muoversi, a volte addirittura riluttanti nel condannare un sistema che condividono.

Mohamaad Rai pochi anni fa ha ucciso sua cugina. Aveva solo 17 anni quando ha compiuto l’omicidio, sotto la pressione degli adulti a lui vicini. Ancora oggi non ha rimpianti: «Se fosse necessario lo rifarei – ha detto – se non l’avessi ammazzata, la gente avrebbe stigmatizzato tutta la mia famiglia e la vergogna ci avrebbe seguito ovunque fossimo andati». La ragazza aveva confessato al padre di essere innamorata di un uomo, che la voleva chiedere in sposa. Per questo, per il suo amore e la sua speranza di comprensione da parte dei genitori, è stata uccisa.

I delitti d’onore, spesso taciuti e non denunciati pubblicamente, possono nascondere un dramma nel dramma. I funzionari dell’Istituto nazionale per la medicina forense hanno dichiarato che in diversi casi le ragazze, uccise perché apparentemente avevano avuto rapporti con uomini prima del matrimonio, erano in realtà vergini, come dimostrato dalle autopsie. Ma nemmeno la verginità delle vittime serve a destare scalpore e oltretutto non è considerata un’aggravante per condannare l’omicida.

Questa pratica dei delitti d’onore continua da anni a funzionare senza che sia possibile smantellarla. Quando il governo propone pene più severe, i parlamentari rigettano il progetto di legge: potrebbe incoraggiare l’adulterio e creare nuovi problemi sociali, dicono. Non vogliono, in realtà, deludere gli elettori delle proprie comunità tribali di origine.

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