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Primo marzo contro il Muro

23/02/2007  |  Milano
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Ogni venerdì a Betlemme un gruppo di suore e di altri cristiani recita il rosario lungo l'alto muro che circonda la città. È raccogliendo il loro appello che ha preso corpo l'idea di indire per il primo marzo prossimo una Giornata di sensibilizzazione e preghiera contro il Muro. Ce lo spiega don Nandino Capovilla, sacerdote veneziano e membro di Pax Christi, uno degli organismi promotori dell'iniziativa.



Ogni venerdì alcune suore di Betlemme pregano lungo il muro che divide, anche attorno alla città che ha visto nascere Gesù, gli israeliani dai palestinesi. Le loro voci sono arrivate fino all’Italia e il prossimo primo marzo molte comunità di cristiani, parrocchie, gruppi di credenti, dal Trentino fino alla Sicilia, si uniranno alla Terra Santa in una giornata di preghiera.

«Mai come questa volta – spiega don Nandino Capovilla di Pax Christi, che aderisce alla giornata di sensibilizzazione contro il Muro – risponderemo ad un appello. Le suore del Caritas Baby Hospital ci chiedono infatti di non dimenticare cosa sta accadendo in Israele e nei Territori palestinesi». L’iniziativa è stata chiamata Un ponte per Betlemme. Il riferimento è alle parole di Giovanni Paolo II che nel novembre 2003, invocando la pace, disse: «Non di muri ha bisogno la Terra Santa ma di ponti!».

Un appello rimasto inascoltato. La prima pietra della «barriera di sicurezza», come viene definito il Muro dagli israeliani, è stata posta il primo marzo del 2004. Da allora cristiani, arabi ed ebrei vivono separati da pareti di cemento alte fino a 9 metri, da filo spinato e dai militari dei check point, unici punti di raccordo rimasti. «È una prigione a cielo aperto», hanno scritto le suore di Betlemme nella lettera che hanno inviato agli amici in occasione dello scorso Natale. «Come titolo del loro racconto – aggiunge don Nandino – hanno scelto Perché trattate così Betlemme?. Il verbo "trattate" include anche noi: siamo tutti responsabili. Sul Muro e sulle vere ragioni di questo conflitto c’è troppo silenzio».

Centinaia di migliaia di ulivi sradicati, più di 40 pozzi persi, case, fattorie, edifici abbattuti: queste sono le conseguenze materiali del «Muro dell’apartheid» come lo chiamano invece i palestinesi. Ci sono poi le storie delle persone, delle loro vite distrutte per fare spazio al muro. La casa di Hassan è completamente circondata da una parete di cemento armato alta diversi metri, un’assurdità che prosegue anche lungo la stradina sterrata che conduce fino all’abitazione, ormai unica via di accesso rimasta. Al primo piano della casa ci sono ancora le vetrine e le insegne di una rivendita di pezzi di ricambio per automobili e di un negozio di articoli per la casa. Erano le attività di Hassan e della sua famiglia, ma dopo la costruzione del muro i clienti non sono più arrivati. I negozi sono stati chiusi. Intanto i figli di Hassan soffrono di problemi psicologici, si sentono come topi in gabbia.

Questa storia e il resoconto di altre sofferenze, nate lungo il tracciato del Muro, emergono nel dvd Andiamo a Betlemme per vedere cosa sta accadendo, preparato in occasione della giornata di sensibilizzazione. «Oltre al filmato – aggiunge don Nandino – sono a disposizione sussidi di preghiera e le lettere delle suore del Caritas Baby Hospital» (scaricabili dal sito web di Pax Christi).

Il logo dell’iniziativa è un ponte stilizzato blu che rompe una barriera bianca. «Quando suor Silvia ha visto questo simbolo – racconta don Nandino – mi ha scritto da Betlemme tutta entusiasta, vorrebbe farne degli enormi manifesti».

Forse suor Silvia spera, come molte altre persone che vivono in Terra Santa, che il loro destino non sia più rappresentato dal Muro segno di divisione, ma diventi davvero un ponte, segno di unione.

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