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Territori palestinesi, brutalità in famiglia

06/12/2006  |  Milano
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Territori palestinesi, brutalità in famiglia
Donne palestinesi a Gerusalemme. (foto M. Gottardo)

Il fenomeno della violenza domestica e delle brutalità sulle donne è un male endemico tra la popolazione palestinese. Non è una novità. Secondo un recente rapporto dell'organizzazione umanitaria statunitense Human Rights Watch, le donne denunciano alle autorità solo l'un per cento di quel che subiscono. Consapevoli, forse, che è carente la volontà politica di cambiare abitudini inveterate e codici d'onore che, nella maggior parte dei casi, salvaguardano l'uomo, il maschio, che percuote o uccide.


«Mio marito mi picchiava con una violenza inaudita. Basti pensare che considerava una cosa normale prendermi a sassate sulle gambe. No, non sono mai andata in ospedale. E non ho mai nemmeno pensato di poter raccontare tutto ai miei genitori. Nessuno avrebbe potuto proteggermi. Ero solo contenta di essere ancora viva».

Il racconto della 35enne Mariam Ismail, raccolto dall’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw), è esemplificativo della condizione di migliaia di donne nei Territori palestinesi. Le violenze domestiche subite da Mariam sono infatti le stesse patite, secondo un rapporto della stessa Hrw, da quasi un quarto delle donne nella Cisgiordania e a Gaza. Mentre addirittura due terzi di esse sopportano continui abusi psicologici.

Sono costrette a confrontarsi, nella loro impotenza, con una società che alla lotta agli abusi femminili antepone un concetto di «onore familiare» che preferisce il carnefice alla vittima, il silenzio alla denuncia, l’uomo alla donna. Non è un caso che solo l’1 per cento delle violenze venga riportato agli organi giudiziari. Alle convenzioni sociali che considerano le denunce per maltrattamento un’onta per la famiglia si aggiungono infatti leggi discriminatorie che garantiscono un’impunità pressoché sistematica per le violenze sulle donne.

Si va dalla riduzione della pena per gli uomini che uccidono o maltrattano una parente che ha commesso adulterio all’assoluzione degli stupratori che sposano le loro vittime, fino alla norma che consente solo agli uomini di sporgere denuncia per casi di incesto in nome delle loro familiari minorenni. Senza contare, peraltro, che le stesse indagini degli organi giudiziari vengono svolte dietro l’influenza vigile dei capi clan, con il risultato che spesso è la stessa polizia a costringere le donne vittime di abusi a far ritorno presso le loro famiglie, anche quando persistano evidenti avvisaglie di ulteriori future violenze.

«L’Autorità palestinese sembra interessata alla questione della sicurezza soltanto per quanto riguarda la questione dell’occupazione dei Territori – osserva Farida Deif, coautrice del rapporto di Hrw – Vengono invece sistematicamente ignorate le tante minacce all’incolumità che donne e adolescenti fronteggiano tra le mura di casa».

Secondo l’organizzazione per i diritti umani, la lotta alle violenze domestiche dovrebbe diventare una priorità nell’agenda delle autorità. «Il diritto delle donne alla vita e alla loro integrità fisica e psicologica è visto attualmente come un fattore di secondaria importanza», sottolinea il documento, che racchiude numerosissime testimonianze di abusi perpetrati nei Territori. Il rapporto evidenzia inoltre la mancanza di protocolli che fungano da linee guida per medici e operatori sanitari che si confrontano con casi di violenze sulle donne.

Hrw riconosce all’Autorità palestinese il merito di aver recentemente riformato alcune norme che salvaguardano i diritti dei bambini, e chiede che ora lo stesso impegno venga posto nel perseguire gli abusi di genere sul modello degli standard internazionali. Serve, nella parole degli estensori del rapporto, «una politica di tolleranza zero», anche perché «fallire nell’offrire protezione legale alle donne contribuirebbe a erodere la fiducia di tutti i membri della società nel sistema giudiziario palestinese».

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