Ospedali aperti, la Chiesa italiana per Damasco e Aleppo


di Elisa Pinna |  13 marzo 2018

Feriti di guerra all'ospedale francese di Damasco. (foto Avsi)

Presentata a Roma la risposta della Chiesa italiana a un appello lanciato dal nunzio apostolico in Siria, Mario Zenari. Nel paese oltre un milione i feriti e mutilati. Obiettivo: curarne 40 mila in tre anni.


In Siria la guerra ha provocato oltre un milione di feriti e mutilati e il loro numero cresce ogni giorno. Tanti di loro muoiono perché non hanno soldi per potersi curare. In tale emergenza, la Chiesa cattolica, attraverso tre suoi ospedali storici (l’Ospedale francese e l’Ospedale italiano di Damasco e il St. Louis di Aleppo) ha deciso di offrire cure gratuite alla popolazione più povera, con l’obiettivo di raggiungere 40 mila persone nel prossimo triennio.

La Chiesa italiana si mobilita

«Ospedali aperti» è l’iniziativa lanciata dal nunzio apostolico in Siria, il card. Mario Zenari, che ha trovato non solo immediato l’appoggio di papa Francesco, ma anche la mobilitazione di mezzi e di uomini da parte dell’episcopato italiano, di organizzazioni cattoliche e di nosocomi come il Policlinico Gemelli e il Pediatrico Bambino Gesù.

Serviranno 18 milioni di euro all’anno per garantire l’assistenza sanitaria, inviare attrezzature mediche e medicine in un paese che ne è privo a causa dei combattimenti e dell’embargo internazionale, e formare una nuova classe medica e infermieristica. Il progetto è però già operativo, grazie a un milione di euro versato dalla Conferenza episcopale italiana, i primi endoscopi, doppler ad ultrasuoni, respiratori artificiali sono già arrivati e alcune migliaia di persone hanno ricevuto le prime cure. A parlarne – in una conferenza stampa indetta a Roma – è stato il cardinale Zenari, insieme al presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti. Con loro anche un rappresentante dell’Avsi, la fondazione che si occuperà di tutta la parte organizzativa e logistica.

Certo la situazione in Siria non induce all’ottimismo. «Da un conflitto regionale siamo passati a un conflitto internazionale e cinque dei più agguerriti eserciti del mondo si fronteggiano a pochi metri uno dall’altro», ha spiegato Zenari, senza però voler fare i nomi. «La Siria – osserva ancora il porporato, richiamandosi alla parabola del Buon Samaritano – è incappata nei ladroni, è stata aggredita, massacrata di botte e lasciata sul ciglio della strada. Ma, a differenza del racconto evangelico, stavolta anche i buoni samaritani rischiano di fare una brutta fine». Il 70 per cento della popolazione vive in estrema miseria, la metà degli ospedali è stata distrutta e quelli ancora in piedi lavorano al 30-40 per cento; due terzi dei medici e degli infermieri sono emigrati.

Giovani e cristiani in fuga

«In Siria – prosegue il cardinale – è strage degli innocenti, perché i razzi e i bombardamenti sulle città colpiscono soprattutto chi si trova in casa, ovvero donne e bambini». È un paese da cui sono fuggiti i giovani, specie quelli più istruiti e specializzati. Da cui è fuggita anche la maggior parte dei cristiani – ormai al 2-3 per cento della popolazione – «in quanto proprio loro rappresentano la minoranza più a rischio insieme agli alawiti del presidente Assad. Gli alawiti, però, sanno come difendersi mentre i cristiani sono disarmati», ha detto il nunzio. Ad Aleppo, su 150 mila cristiani presenti prima della guerra, ne sono rimasti 30-35 mila. Quasi nessuno ritorna. Si crea così «un vuoto enorme» perché «i cristiani costituivano la finestra della Siria sul mondo».

In questa situazione «peggiore dell’inferno», dove nella sola Aleppo est, la zona prima controllata dall’Isis, si aggirano dai 3 mila ai 6 mila bambini di strada, rimasti senza più nessuno, Zenari invita a «curare soprattutto le ferite». È «un momento difficilissimo, ma anche un’opportunità per la Chiesa cattolica», dice Zenari che cita la decisione cattolica di aprire centri di assistenza ad Aleppo est, area interamente musulmana, dopo la ritirata degli jihadisti. «A quei centri fanno oggi riferimento migliaia di persone che guardano con stima e riconoscenza ai cristiani». In una regione «dove ciascuno tende a vedere solo i propri martiri», la Chiesa offre solidarietà a tutta la popolazione, dunque alla maggioranza musulmana. «Io stesso – afferma il diplomatico pontificio – mi sento ambasciatore dell’intera Siria e non solo della Siria cristiana».

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