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Dalla cava alla chiesa: a Milano la storia del Santo Sepolcro

Terrasanta.net
3 novembre 2026
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Dalla cava alla chiesa: a Milano la storia del Santo Sepolcro

All’Università Cattolica di Milano, il 31 ottobre, l’archeologa Francesca Romana Stasolla che dirige gli scavi nella basilica di Gerusalemme ha presentato i metodi e i primi esiti di un lavoro che non ha precedenti. Lavorando tra liturgie e visite di pellegrini, l’équipe della Sapienza Università di Roma sta facendo emergere la storia della cava, di un’area romana e della prima monumentalizzazione costantiniana della tomba.


Scavare nel Santo Sepolcro non è come scavare altrove. La basilica è un luogo vivo, dove ogni giorno si celebrano le liturgie delle diverse comunità e arrivano pellegrini da tutto il mondo. Per questo l’équipe della Sapienza Università di Roma guidata da Francesca Romana Stasolla lavora per piccoli settori, aperti e richiusi secondo i calendari liturgici: una «archeologia patteggiata», come la chiama l’archeologa, un puzzle che si ricompone solo a posteriori. Gli scavi accompagnano il restauro del pavimento voluto dalle comunità custodi (patriarcato greco-ortodosso, Custodia di Terra Santa e patriarcato armeno) e sul campo sono cominciati nel 2022.

Una cava dell’Età del ferro

Prima di essere un santuario, l’area era una cava fuori dalle mura di Gerusalemme, città costruita su una pietra molto apprezzata. Si estraeva già nell’Età del ferro: restano i segni di funi e cunei usati per staccare i blocchi e persino i martelli degli scalpellini. Una parte era a gradoni a cielo aperto, un’altra sotterranea, dove oggi si trovano le cappelle di Sant’Elena e dell’Inventio Crucis. Le zone abbandonate venivano terrazzate con muri a secco: le analisi su pollini e resti vegetali hanno rivelato la coltivazione di ulivo e vite, oltre al pascolo. Nelle pareti di roccia si aprivano piccole tombe a camera, tra cui quella venerata come tomba di Cristo. Nel I secolo il paesaggio era dunque agricolo, pastorale e funerario.

Dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70, nel II secolo l’imperatore Adriano vi fondò una colonia romana e inglobò l’area entro le mura. Poiché la legge romana vietava le sepolture in città, le tombe furono distrutte o nascoste: quella venerata fu coperta da oltre due metri di riempimenti. Le fonti parlano di un culto di Afrodite e padre Virgilio Corbo, l’archeologo francescano che fece i primi saggi nella basilica negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, immaginava un grande tempio. Ma le fondazioni trovate non sembrano in grado di reggerlo: è più probabile che si trattasse di una terrazza con altare e piccoli sacelli.

Costantino e la tomba isolata

Nel 325, in occasione del concilio ecumenico di Nicea, il vescovo Macario chiese a Costantino una chiesa per Gerusalemme e il recupero della tomba di Cristo. Gli architetti avevano davanti una collina con una piccola camera funeraria: per monumentalizzarla senza distruggerla scavarono tutt’intorno, lasciando solo un sottile strato di roccia.

La professoressa Stasolla ha spiegato come lo scavo ha riportato alla luce la base circolare dell’edicola, i tre gradini d’ingresso, i basamenti dei cancelli che, secondo il diario della pellegrina Egeria, solo il vescovo varcava durante la liturgia, e le basi delle colonne di un primo sacello a cielo aperto, circondato da dodici colonne. Le analisi delle malte hanno mostrato che due lastre della base circolare sono un restauro successivo, forse legato all’attacco persiano del 614. Solo a fine IV secolo la Rotonda fu coperta: nella preparazione del nuovo pavimento è emerso un gruzzolo di 19 monete di Costanzo II e di Valente, utile a datare i lavori.

«Tra i ritrovamenti più singolari ci sono due blocchi di muro con un’iscrizione in rosso, in greco, tratta dal Vangelo di Luca – ha spiegato l’archeologa –: “Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno”. Per la forma delle lettere è datata tra la metà del V e la prima metà del VI secolo. Non sembra il graffito di un pellegrino, ma parte di un progetto strutturato di iscrizioni, forse nell’area del Calvario, pensato per aiutare i fedeli a raccogliersi in preghiera. Una riproduzione in scala è stata donata a papa Leone XIV quando il 14 maggio 2026 ha visitato l’ateneo romano.

La prfessoressa Stasolla ha sottolineato come il Santo Sepolcro sia un santuario con due poli, la tomba e il Calvario, la cui memoria è sopravvissuta grazie alle comunità che lo abitano e ai pellegrini che lo visitano. I risultati confluiscono nell’«Hagia Polis Project»: il primo volume, Project and Methodology inaugura una serie, in collaborazione con lo Studium Biblicum Francescanum, è anche disponibile (in inglese) in formato digitale.

Due sviluppi di indagini

Il convegno, che è stato al cuore della XII edizione delle Giornate di archeologia, arte e storia del Vicino e Medio Oriente, ha visto poi gli interventi di due ricercatori della Sapienza, in collegamento da Gerusalemme perché ancora coinvolti nelle ricerche in situ, che hanno portato alcuni specifici approfondimenti.

Federica Vacatello, impegnata nelle attività di scavo e documentazione topografica, ha illustrato l’acquisizione e la gestione digitale dei dati archeologici e lo sviluppo dei sistemi 3D GIS per lo studio delle trasformazioni topografiche e architettoniche del complesso.

L’archeozoologo Luca Brancazi, anch’egli membro della missione, ha offerto una panoramica delle pratiche alimentari della Città Santa del passato, attraverso i reperti rinvenuti nella basilica. (f.p.)

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