Vicino Oriente, Medio Oriente sono termini del passato. Perciò è superata la sigla Mena (Middle East and North Africa, usata all’Onu e nelle ong internazionali). Si tratta di nomi della geografia europea, dell’Europa che verso il «suo» Oriente ha rivolto lo sguardo, non sempre benevolo. Forse è giunto il momento di cambiare.
Che cosa comunica il termine «Medio Oriente»? Lo è in relazione a che cosa? È corretto solo in relazione all’Europa e suggerisce che essa sia il punto di partenza e di arrivo della geografia.
Perciò un modo meno eurocentrico di chiamare questa regione del mondo è Asia occidentale (oppure sud-occidentale) e Nord Africa, perché utilizza il continente di origine come punto di riferimento. L’acronimo inglese Swana (South-West Asia / North Africa) si sta facendo strada per indicare quello spazio enorme che va dal Marocco all’Iran e oltre, fino alle repubbliche dell’Asia centrale, ma che ha una storia, una cultura e paesaggi fisici unici.
Una ventina di Paesi compresi tra l’oceano Atlantico e l’oceano Indiano, il Mediterraneo, il mar Rosso e il golfo Persico formano una regione che ha al cuore la Terra Santa. Spesso l’abbiamo presa in esame, in tante sue dinamiche sociali, economiche, politiche, ambientali. In questa macroregione l’islam è predominante, nelle sue due grandi correnti sunnita e sciita; ma ebraismo, cristianesimo, zoroastrismo, fede baha’i e altre religioni sono presenti, anzi hanno qui le loro radici. E qui termini come «Oriente», «mondo musulmano» o «mondo arabo» non hanno ragione d’essere.
Porre l’Europa al centro e decentrare il resto del mondo è una tattica che crea gerarchie e punti di paragone. L’Europa degli imperi coloniali intendeva strutturare relazioni di potere. Fin dalla riflessione di Edward Said in Orientalismo (1978) sul concetto di alterità, cerchiamo di toglierci di dosso idee stereotipate, gusti per l’esotico, la sottolineatura delle differenze fra sé e l’altro. Perché il passo verso la disumanizzazione o l’emarginazione dell’«altro» può essere breve.
Sono sempre più numerose le agenzie internazionali, le organizzazioni regionali e i movimenti femminili che stanno abbandonando la denominazione geografica «Medio Oriente» per usare Asia sud-occidentale (e Nord Africa, quando occorre), con l’Egitto, e il Sinai che ne è parte, posto a cavallo tra i due continenti.
Innumerevoli città africane o dell’India hanno cambiato o parzialmente modificato denominazione negli ultimi decenni. Stati come Zimbabwe, Myanmar, Burkina Faso, Sri Lanka e altri ancora hanno scelto nomi nuovi. Da ultimo, Eswatini in Africa meridionale. Chi chiamerebbe ancora «Costa dei pirati» le spiagge all’ombra dei grattacieli di Dubai e Abu Dhabi? Gli atlanti si adattano, scompaiono dalle mappe l’Indocina e le Indie occidentali… Forse succederà anche al Medio Oriente di cadere in disuso nel nostro vocabolario.
In arabo si adottano espressioni diverse per descrivere la regione. La più comune è lshrq al-awsṭ, traducibile con «Medio Oriente», mentre Asia Occidentale è usata in dibattiti accademici e politici come scelta decoloniale, ma meno comune. Altre espressioni traducibili come «Patria araba» o «Mondo arabo» sono usate per enfatizzare i legami linguistici, culturali e storici condivisi dal popolo arabo nella ventina di Stati che formano la Lega araba. Una terminologia che esclude non solo gli Stati non arabofoni della più ampia regione (Israele, Iran e Turchia), ma anche i tanti gruppi non arabi che costituiscono parte integrante dei differenti popoli, come curdi, berberi, armeni, assiri, ecc.
Il dibattito in ambito arabo ha meno impatto che in inglese sull’opinione corrente. Lo stesso vale per lingue (ufficiali all’Onu) come francese, spagnolo e anche mandarino, che persiste nell’impiegare prevalentemente termini equivalenti a «Medio Oriente» (anche se Gerusalemme vista da Pechino è molto a Ovest) e non espressioni più accurate sotto il profilo geografico come Asia occidentale. Ma i dibattiti continuano…
(f.p.)


























