
Aggiungete una parola al vostro vocabolario. E scoprite uno strumento, legato al mondo monastico ortodosso, il cui suono si può ascoltare anche nella basilica del Santo Sepolcro.
Vi ricordate di quell’attesa paziente e raccolta al Santo Sepolcro? Ascoltavate, nei vostri auricolari, la guida spirituale del gruppo leggere i versetti: «Il primo giorno della settimana, al mattino presto le donne si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro…». Eravate tutti tesi verso il seguito. «Entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù…». Vi preparavate alla gioia di quelle sole parole: «Non è qui, è risorto»… Quando all’improvviso, ecco un baccano che scende dal cielo, o piuttosto dalla galleria degli armeni o dei greci, e talvolta da entrambe, a turbare il vostro raccoglimento.
Cosa produce questo rumore del tutto sgraziato? È il simandro. Un’asse di legno – per ricordare l’albero della caduta, ma soprattutto il legno della Croce, anche se può essere anche di metallo – sul quale si batte con un martello, secondo un ritmo molto particolare, variando le note, due o anche tre, a seconda del punto in cui si colpisce.
Sconosciuto oggi nel mondo occidentale, questo strumento fa parte del paesaggio sonoro di numerosi monasteri di tradizione orientale. È attestato almeno a partire dal VI secolo nei monasteri di Palestina ed Egitto. In alcune tradizioni siriache, si racconta che sarebbe stato Noè a inventarne uno per chiamare gli uomini nell’arca.
Il suo suono particolare, secco, quasi austero, ha una dimensione penitenziale e monastica. Segna i momenti della vita liturgica e scandisce il ritmo delle attività delle comunità religiose.
Il simandro (semantron in greco) non è soltanto un mezzo pratico per chiamare i monaci all’ufficio: esso organizza, in un certo senso, il tempo sacro di un’intera comunità. Nei monasteri di tradizione ortodossa, il suono codificato del simandro struttura la vita spirituale di ogni giorno. Il simandro non viene battuto da chiunque, ma da un monaco designato. Ogni chiamata è preceduta da una sequenza particolare. Tradizionalmente inizia e finisce con tre colpi lenti; tra i due, a seconda dell’evento, può esserci un crescendo in volume e velocità. Durante le grandi celebrazioni come Pasqua o Natale, il segnale è più lungo, più elaborato e spesso solenne.
Capita che il monaco (o la monaca) porti un’asse sulla spalla e percorra il monastero e i suoi cortili interni.
Il simandro viene utilizzato anche per annunciare i decessi nella comunità, convocare incontri urgenti, segnalare un evento importante nella vita del monastero. In questo caso, il ritmo cambia e segnala l’evento inconsueto.
Nel contesto armeno lo si chiama gotchnag. Il patriarcato armeno apostolico di Gerusalemme ne conserva quattro. Altrove, è la campana il mezzo più comune per chiamare agli uffici divini.
Diversi fattori spiegano la presenza limitata di questo strumento molto antico, in particolare la densità urbana, la coesistenza di numerose religioni, i vincoli in uno spazio condiviso e l’evoluzione delle pratiche liturgiche locali.
In sintesi, il simandro rimane uno strumento profondamente radicato nella tradizione monastica ortodossa. Sussiste ancora oggi come traccia viva di un’eredità antica, talvolta discreta ma sempre carica di significato spirituale. Presso gli armeni, esso appartiene al retroterra storico, nel senso che è meno utilizzato, a vantaggio delle campane che assolvono pienamente la funzione di chiamata liturgica.
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In YouTube trovate numerosi video che riproducono il suono del simandro nei monasteri ortodossi. Ve ne proponiamo uno, non proveniente dalla Terra Santa. Cliccate qui
La voce del simandro nella basilica del Santo Sepolcro
I simandri vengono battuti più volte al giorno nella basilica del Santo Sepolcro. Durante la processione dei francescani, alle 15.55, il frate minore sacrestano suona la piccola campana. I greci rispondono con il loro simandro e gli armeni con il proprio. Poi i francescani agitano la campana grande e le tre confessioni suonano insieme.
L’ufficio notturno è alle 23.40. Ogni domenica, a quest’ora, i greci sono i primi a iniziare a battere il loro simandro. Poi i francescani rispondono con la campana di Maria Maddalena, e gli armeni rispondono a loro volta con il proprio simandro.
Allo stesso modo, ogni giorno alle 12.55, c’è ancora una serie di suoni. I francescani per primi con la campana, seguiti dai greci e poi dagli armeni con il simandro.
Una volta al giorno, nel momento in cui i francescani, durante la processione quotidiana, scendono alla grotta di Sant’Elena, i greci battono il loro simandro.
In altri momenti, e a seconda delle circostanze, i greci e gli armeni suonano di tanto in tanto per la propria liturgia.


























