
Il 2 maggio 2026 a Gerusalemme si è celebrato il settantesimo anniversario del Vicariato San Giacomo per i cattolici ebreofoni in Israele: una piccola, tenace comunità che prega, pensa e vive la fede in ebraico. Testimonianze.
Dopo la Pentecoste, le vite dei dodici apostoli ebbero svolte inattese per degli ebrei fino a quel momento ancorati a un fazzoletto di terra in Galilea o in Giudea. Le agiografie narrano che quasi tutti fecero lunghi viaggi per predicare il Vangelo di Gesù. Al contrario, Giacomo di Alfeo, detto il minore, rimase a Gerusalemme e fu il primo vescovo di quel germe di Chiesa tutto ebraico. Per questo è parso naturale, settant’anni fa, dedicare a lui l’Opera San Giacomo, piccolo nucleo di cattolici in Israele provenienti dall’ebraismo o ad esso legati per ragioni familiari, linguistiche e culturali.
Il 2 maggio di quest’anno, alla vigilia della festa liturgica dell’apostolo, 350 persone si sono riunite al Centro Notre Dame nella Città Santa per suggellare con un momento di festa le celebrazioni per il 70.mo anniversario di vita di questa realtà. Alla Messa solenne presieduta dal cardinale Pierbattista Pizzaballa è seguito un gala con musica e testimonianze.
Dai primi passi ad oggi
L’Opera San Giacomo nasce nel 1954-1955 dall’intuizione di un piccolo gruppo di sacerdoti e laici – donne e uomini – che colgono la novità storica dello Stato di Israele: per la prima volta da quasi due millenni, dei credenti in Gesù vivono all’interno di una società a maggioranza ebraica.
Un passaggio decisivo è stata l’autorizzazione a celebrare la liturgia in lingua ebraica. Scriveva Giorgio Acquaviva nel dossier che la nostra rivista ha dedicato a questa porzione di Chiesa nel numero di novembre-dicembre 2012: «Quando a metà degli anni Cinquanta – durante il pontificato di Pio XII e prima dunque del concilio ecumenico Vaticano II – il cardinale Eugenio Tisserant, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, concesse la possibilità di celebrare la Messa in lingua ebraica, pochi capirono l’importanza della decisione (…) che si basava su un assunto preciso: l’ebraico, al pari di latino e greco, era da considerare “lingua antica” della Chiesa. La cosa comunque non sfuggì al “piccolo gregge” di cristiani di espressione ebraica del neonato Stato di Israele », che incominciarono, quasi balbettando, a recitare in ebraico i testi liturgici e i brani biblici.

Un momento del gala rende omaggio ai pionieri del Vicariato San Giacomo.
Pochi anni più tardi il Concilio dischiude alla piccola comunità nuove vie. La dichiarazione conciliare Nostra aetate nel 1965 rivoluziona il rapporto della Chiesa con il popolo ebraico, rigettando ogni forma di antisemitismo e riconoscendo il legame unico tra ebraismo e cristianesimo.
Seguono decenni di un lento consolidamento: si dà vita alla liturgia in ebraico, si traduce il catechismo, si compone musica.
Nel 1990 il patriarca Michel Sabbah nomina padre Jean-Baptiste Gourion, benedettino di origine ebraica, vicario patriarcale: è il primo riconoscimento istituzionale esplicito. Nel 2003 Gourion (che morirà prematuramente nel 2005) viene ordinato vescovo ausiliare.
Un decennio più tardi, all’inizio del 2013, anche la Santa Sede approva gli statuti del Vicariato San Giacomo.
Al Vicariato fanno riferimento oggi circa mille persone in comunità presenti a Gerusalemme, Tel Aviv-Giaffa, Haifa, Beer Sheva e Tiberiade. Un mosaico variegato composto da fedeli di origine ebraica, credenti venuti da altre nazioni (in particolare dai territori dell’ex Unione Sovietica), rifugiati, lavoratori stranieri e i loro figli nati in Israele ma privi della sua cittadinanza.
Come un ponte
Nell’omelia della Messa celebrata il 2 maggio, il cardinale Pizzaballa osserva: «Settant’anni di vita del Vicariato sono stati una pratica quotidiana di autentica vita ecclesiale: tradurre, accompagnare, ascoltare, servire. Non per costruire una Chiesa “diversa”, ma per costruire, dall’interno, l’unica Chiesa di Gesù, a Gerusalemme, in Israele, in Terra Santa».

La Messa al Centro Notre Dame di Gerusalemme presieduta dal card. Pizzaballa.
«Possa il Vicariato dei cattolici di lingua ebraica – si augura il cardinale – continuare a essere al centro della Chiesa Madre, segno di fedeltà e di gioia: non una frangia, ma una voce vitale; non un rifugio, ma un ponte. E un ponte tra chi? Tra la Chiesa dei Gentili, che è entrata nell’alleanza mediante la fede in Cristo, e il popolo d’Israele. Il Vicariato non si pone tra queste due sponde per cancellare le differenze, ma per ricordarci che la fede in Gesù Cristo è fonte di gioia e di pace».
Testimoni e protagonisti
Nel corso della sua vita di francescano a Gerusalemme, il cardinale Pizzaballa ha preso parte in prima persona a questa pagina di Chiesa. Determinante il suo contributo nella traduzione del messale.
Nel corso del gala del 2 maggio ha ricordato anche gli anni in cui – tra il 2005 e il 2008, quando era già custode di Terra Santa – ebbe la responsabilità di guida delle comunità cattoliche ebreofone, in seguito all’improvvisa scomparsa di mons. Gourion.
Il gesuita David Neuhaus, nato in Sud Africa da genitori ebrei nel 1962, si è avvicinato al cattolicesimo durante un soggiorno in Israele negli anni Ottanta. Nella kehilla (comunità) di Gerusalemme ha ricevuto battesimo, prima comunione e cresima nel 1998. Ordinato sacerdote nel 2000, è stato responsabile del Vicariato San Giacomo dal 2009 al 2017. In quegli anni si sono sviluppati i ministeri per i bambini, i giovani, le famiglie, la catechesi in ebraico.
Soprattutto è cresciuto il servizio ai migranti e ai richiedenti asilo, con centri pastorali a Tel Aviv e Gerusalemme. «La nostra grande sfida – dice – è sempre stata quella di dare espressione a una forma di vita cattolica in lingua ebraica, radicata nella tradizione ebraica e nella società israeliana, condividendo il peso delle nostre responsabilità civiche, in comunione con i nostri fratelli e sorelle arabi, in Israele, in Palestina e in tutto il Medio Oriente (…) in dialogo con ebrei e musulmani».

Sullo sfondo una foto dell’incontro con papa Leone XIV il 13 agosto 2025.
Padre Rafic Nahra, oggi vescovo ausiliare per Israele a Nazaret, rammenta che da arabo cristiano ha imparato a sentirsi a casa in una comunità di lingua ebraica.
Vicario dal 2017 al 2021, nel gala ricorda: «Prima di investire in quella missione a volte mi chiedevo cosa si potesse fare per sviluppare i legami tra le comunità e la società ebraica in Israele. Pensavo ad attività come conferenze, giornate di studio e simili. Ma dal momento in cui le comunità hanno iniziato a servire i poveri, ho visto quanti israeliani si sono presentati di propria iniziativa, si sono uniti a noi e hanno chiesto di poter aiutare. È nata così una meravigliosa collaborazione».
Nahra ammette: «Dal 7 ottobre 2023 (con gli eccidi di Hamas nel sud di Israele – ndr), molte cose nella società israeliana si sono complicate, soprattutto nei rapporti tra ebrei e arabi, e non solo a livello sociale in generale: ciò ha avuto ripercussioni, in una certa misura, anche a livello ecclesiale. (…) Credo che queste sfide non siano venute perché fallissimo, ma perché le superassimo e crescessimo nell’amore».
Lo stesso cardinale Pizzaballa ha toccato il tema nella sua recente lettera pastorale, laddove scrive: «La comunità cattolica di espressione ebraica, in questa contesa così polarizzante, non si è sempre sentita ascoltata dalla propria Chiesa, e lo ha espresso chiaramente».
Le asperità del presente
Da noi intervistato, padre Piotr Zelazko – che guida il Vicariato dal 2021 – ci aiuta a comprendere meglio i sentimenti della sua gente. «Il 7 ottobre – spiega – è stato per noi un momento di frattura profonda. Per settimane, forse per mesi, abbiamo vissuto in una realtà segnata dal trauma, dalla paura e dal lutto. Molti membri delle nostre comunità sono stati colpiti direttamente o indirettamente: attraverso amici, familiari, colleghi, o anche solo nel trovarsi quotidianamente a vivere in una società ferita. In quel tempo, il dolore è stato particolarmente acuto perché accompagnato da una sensazione di solitudine.
Non sempre abbiamo percepito una comprensione piena o una reazione adeguata da parte del resto del mondo cattolico alla sofferenza vissuta qui. Ciò ha potuto generare, in alcuni, il sentimento di essere lasciati soli proprio nel momento della maggiore angoscia, in una situazione di violenza e polarizzazione che tocca nel profondo le coscienze».
«Le parole del cardinale Pizzaballa – secondo padre Zelazko – colgono con grande lucidità questa esperienza: il sentirsi parte della Chiesa e, nello stesso tempo, il non sentirsi sempre pienamente ascoltati. È una ferita reale, che chiediamo di poter condividere con sincerità, non per accusare, ma per crescere insieme». «Allo stesso tempo – soggiunge il sacerdote polacco –, la nostra comunità ha cercato di rimanere ancorata alla fede, alla preghiera e alla responsabilità evangelica di non lasciarsi vincere dall’odio, continuando a testimoniare una presenza cristiana umile, radicata e dialogante nel cuore della società israeliana».

Padre Piotr Zelazko (il secondo da destra) durante una marcia interreligiosa per la pace a Gerusalemme. (foto Yonatan Sindel/Flash90)
Che fisionomia ha ora la comunità dei cattolici di lingua ebraica, chiediamo a padre Piotr? «Oggi – risponde – il volto del Vicariato è profondamente cambiato.
È una comunità giovane, composita, formata da persone con storie molto diverse: israeliani di nascita, nuovi immigrati, famiglie miste, persone in cammino di fede. È una comunità più consapevole della propria identità e, allo stesso tempo, delle proprie fragilità, inserita pienamente nella società israeliana e attenta alle sue sfide. Dal punto di vista spirituale e pastorale, oggi il Vicariato si muove lungo due direzioni fondamentali. La prima è la riscoperta delle radici ebraiche di Gesù e del cristianesimo.
Non si tratta solo di uno studio teologico, ma di una spiritualità concreta, che tocca la liturgia, la catechesi e il modo di leggere la Scrittura. Vivere la fede cristiana in lingua ebraica, all’interno della cultura e della storia del popolo ebraico, ci costringe a tornare continuamente alle origini e a purificare la nostra fede da ogni incomprensione o da ogni forma di supersessionismo (tesi teologica cristiana secondo la quale la Chiesa ha sostituito il popolo ebraico come popolo eletto di Dio – ndr)».
«La seconda direzione – conclude il vicario – è il vivere proprio nella terra in cui gli eventi biblici sono accaduti. Ciò dona alla nostra fede una dimensione molto concreta e incarnata, ma comporta anche una grande responsabilità. Camminare nei luoghi della Bibbia implica confrontarsi con una storia viva, spesso dolorosa, segnata da conflitti e tensioni. Il nostro cammino pastorale cerca di tenere insieme memoria, fede e realtà, aiutando le persone a leggere la propria vita alla luce della Parola, senza fuggire dalla complessità del presente».
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