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Nagorno Karabakh, a rischio ogni testimonianza armeno-cristiana

Elisa Pinna
19 gennaio 2024
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Dopo che decine di migliaia di armeni sono fuggiti dal Nagorno Karabakh preso dalle truppe azere nel settembre scorso, ora rischiano di scomparire anche le chiese, le croci, i simboli di una plurimillenaria presenza armena e cristiana.


I centomila abitanti dell’ultima enclave armena del Nagorno Karabakh sono fuggiti nel giro di pochi minuti lo scorso settembre, quando i soldati dell’Azerbaigian hanno occupato la loro città, Stepanakert. Hanno lasciato dietro di sé documenti, vestiti e tutta la loro vita. Adesso chiedono che sia almeno risparmiata la loro memoria, testimoniata dalle centinaia di chiese, cappelle, kachkar (le tradizionali croci di pietra) che punteggiano un territorio abitato, sin dal IV secolo d. C., dalla comunità dei cristiani armeni.

«Gli azeri hanno già cominciato a cancellare le tracce armene dai luoghi sacri, in quattro mesi hanno cambiato l’aspetto di una decina di chiese negli ultimi territori occupati», spiega l’archimandrita Tirayr Hakobyan, rappresentante presso la Santa Sede della Chiesa apostolica armena in Europa Occidentale. Il loro metodo – denuncia l’archimandrita – è cancellare ogni scritta, ogni simbolo che possa suggerire la presenza ultramillenaria armena. Talvolta sostituiscono le parole incise sulla pietra con scritte in lingua albana, appartenente all’ antico regno cristiano dell’Albania caucasica, scomparso del tutto nel VI secolo d.C. (niente a che vedere con l’Albania balcanica – ndr.). «In molte occasioni, dopo l’invasione e la conquista di gran parte del Nagorno Karabakh nel 2020, l’Azerbaigian ha usato metodi più brutali. Ha distrutto importanti chiese, compresa la cattedrale di Shushi, vandalizzato monasteri risalenti al IX secolo, polverizzato croci di pietra», riferisce l’archimandrita, in un incontro con alcune testate giornalistiche, tra cui Terrasanta.net.

La religione cristiana è parte integrante dell’identità armena, cancellando i simboli della fede si annulla l’individualità di un popolo. L’archimandrita Hakobyan parla di un patrimonio di oltre 4mila edifici e beni sacri, molti dei quali antichissimi e preziosi, in tutta la regione contesa, di cui un centinaio nella città di Stepanakert (Khankendi per gli azeri). Prima di essere occupata definitivamente, il 24-25 settembre 2023, la città ha subito un assedio pressoché totale durato dieci mesi. L’unica strada di collegamento con l’Armenia era stata chiusa dagli azeri, bloccando i rifornimenti. Infine è arrivato il blitz dell’esercito, che ha imposto alla popolazione civile di scegliere, in pochi minuti, se rimanere sotto l’autorità e le leggi dell’Azerbaigian o lasciare immediatamente Stepanakert.

Video girati pochi giorni dopo la conquista azera, mostravano una città abitata da cani in cerca di cibo, cavalli che trottavano da soli nelle principali strade, tra borse, valigie, passeggini abbandonati all’ultimo momento, probabilmente perché non entravano nelle auto, nei camion, sui trattori usati per l’esodo di massa. Le porte delle case erano rimaste aperte. Tuttora Stepanakert, come mostra un recente reportage di Al Jazeera, è una città fantasma, nonostante i tentativi del governo di Baku – afferma l’archimandrita Hakobyan – di convincere i cristiani azeri, minoranza in un Paese musulmano, a trasferirsi nell’ex enclave armena.

Dei 100mila profughi arrivati a Yerevan, 30 mila sono bambini. In tanti non hanno alcun documento, alcun attestato di studio. Sono persone che hanno bisogno di tutto e che nella capitale armena, travolta da un’immigrazione così massiccia e improvvisa, hanno trovato alloggi provvisori e aiuti alimentari, ma non le basi per ricominciare una nuova esistenza. In molti sono tornati a cercare casa vicino al confine del Nagorno.

Il conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno Karabakh è cominciato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, quando si è trattato di definire confini in regioni con forti caratterizzazioni etniche incastrate tra loro come in un mosaico. Il Nagorno Karabakh, che si trova all’interno dell’Azerbaigian, dopo la fine dell’Unione Sovietica è stato proclamato, nonostante la resistenza del governo di Baku, ma grazie all’appoggio della nuova Russia, un’entità statale armena, anche se questa non ha avuto il riconoscimento internazionale. Nel 2020, con il sostegno militare turco, l’esercito azero è riuscito ad occuparne i due terzi, espellendo già allora centinaia di migliaia di persone. Infine, il colpo di grazia dello scorso settembre.

Gli armeni, spiega Tirayr Hakobyan, si trovano in un gioco internazionale più grande di loro. Con la guerra in Ucraina e le sanzioni imposte alla Russia, l’Azerbaigian – che è già un produttore di rilievo di greggio e di gas – ha acquisito un ruolo chiave negli approvvigionamenti energetici. Secondo l’archimandrita, da Baku passerebbe adesso anche petrolio russo venduto sotto banco ai Paesi europei. Le alleanze diplomatiche sono cambiate e l’Armenia si è trovata di fatto da sola, nonostante i suoi appelli all’Onu e all’Occidente. Il futuro non promette niente di buono.

Reagendo alle dichiarazioni dell’archimandrita Tirayr Hakobyan, l’ambasciatore dell’Azerbaigian presso la Santa Sede, Ilgar Mukhtarov, interviene nuovamente per offrire una lettura alternativa sulla vicenda del Nagorno Karabakh. Ringraziamo il diplomatico per la sua attenzione. Naturalmente, azeri e armeni – come sempre accade in casi simili – hanno visioni opposte su chi sia l’aggredito e chi l’aggressore e su come distribuire ragioni e torti.

In apertura del suo intervento (che chi vuole potrà leggere integralmente cliccando qui) l’ambasciatore Mukhtarov dice che l’accordo di pace tra Azerbaigian e Armenia – mai raggiunto negli ultimi decenni – è vicino. Sappiamo delle trattative bilaterali in corso tra i due governi e speriamo che sia così, che si ottenga una pace giusta e soddisfacente in grado di indurre entrambi gli Stati a deporre le armi in modo definitivo.

Quanto alle rassicurazioni sulla volontà del governo di Baku di non oltraggiare il patrimonio storico, architettonico e religioso della regione e «di creare un’area di convivenza, pace, rispetto, in cui tutti i cittadini azerbaigiani, di qualsiasi credo ed etnia, possano vivere nel benessere», attendiamo la prova dei fatti.

Giuseppe Caffulli

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