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La Città dei Morti destinata a sparire?

Paola Caridi
4 ottobre 2023
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La Città della Morti del Cairo, fin dal 1979 sotto tutela come tutta la cosiddetta «Cairo storica» è all’attenzione dell’Unesco da anni, esattamente dal 2020, da quando è partita in concreto l’operazione urbanistica più importante per l’intero Egitto, decisa dal regime di Abdel Fattah al Sisi.


La questione è arrivata nel cuore della burocrazia dell’Unesco, quella che dovrebbe proteggere i monumenti a rischio considerati patrimonio dell’umanità. A dire il vero, il destino del più antico ed esteso cimitero a livello globale, la Città della Morti del Cairo, fin dal 1979 sotto tutela come tutta la cosiddetta «Cairo storica» è all’attenzione dell’Unesco da anni, esattamente dal 2020, da quando è partita in concreto l’operazione urbanistica più importante per l’intero Egitto, decisa dal regime di Abdel Fattah al Sisi.

La ragione è presto detta: il regime ha deciso di costruire una capitale amministrativa a una quarantina di chilometri a est del Cairo, sull’asse che la congiunge al canale di Suez: un progetto mastodontico, una colata di cemento per sei milioni di persone (pubblico impiego e residenti), la «città smart del futuro», come spiega il sito ufficiale. Per arrivare alla nuova capitale, lontano dalle strade caotiche del Cairo, c’è bisogno di ampie autostrade, sul modello americano, diffuse in molte aree del Medio Oriente e Nord Africa. Per superare il traffico impossibile del Cairo non c’è nessuna riflessione sul trasporto pubblico. C’è invece la riproposizione del vecchio modello: strade, anzi, autostrade e ponti, per passare sopra l’ordinaria esistenza dei venti milioni di abitanti.

Così, l’anello di autostrade conduce oltre e porta fuori da una città da cui il potere intende sempre più allontanarsi. Per far questo si deve sacrificare un pezzo dell’enorme sistema complesso di cimiteri che connota la parte nordorientale della megalopoli. Le necropoli del Cairo, al Qarafa per gli egiziani, sono lo specchio della città che non ha confine. Dove persino il confine tra la morte e la vita è talmente labile da consentire la coabitazione: si vive, per esempio, nei mausolei di famiglia dove sono sepolti i nomi importanti della storia egiziana dei secoli passati. Quasi un millennio di storia è lì, mescolata con la storia presente, con l’esistenza quotidiana, spesso negletta, di settori enormi della popolazione.

La pratica della vita degli edifici funerari è nota e riguarda non solo i custodi delle tombe, ma le loro famiglie: non si può liquidare come un’arte d’arrangiarsi, un’occupazione di stabili come succede in Europa. È una pratica molto più complessa che riguarda anche il rapporto tra vita e morte, passato che confluisce nel presente. I bulldozer che da tre anni si accaniscono sulle tombe – comprese quelle storiche – della Città dei Morti del Cairo hanno, dunque, due obiettivi. Cancellare un pezzo della storia, soprattutto degli ultimi cento anni, e spostare (deportare?) interi settori della popolazione fuori dal cuore della città storica islamica. La stessa città che è sotto tutela Unesco.

Persino l’agenzia dell’Onu chiamata a proteggere il patrimonio culturaleartistico-storico del pianeta, che risente delle pressioni di qualsiasi Stato, ha dovuto usare un linguaggio poco diplomatico nella documentazione preparata per la riunione del comitato del Patrimonio a rischio, riunito in settembre. Si «prende nota», cioè, delle giustificazioni fornite dall’Egitto, ma si continuano a chiedere chiarimenti sui permessi di demolizione che le autorità hanno rilasciato nei confronti di edifici funerari considerati non di valore storico. Edifici che però hanno più di un secolo, patrimonio umano e familiare, sepolture di alcune delle personalità che hanno segnato profondamente la cultura e la politica del Paese. Scrittori, artisti, politici, tecnici che hanno fatto grande l’Egitto.

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