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Tra i bambini siriani a Mafraq, in Giordania

Giulia Ceccutti
29 agosto 2023
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Tra i bambini siriani a Mafraq, in Giordania
Gli animatori giordani di Vento di Terra durante una delle attività con i bambini siriani a Mafraq. (foto Vento di Terra)

Nella prima metà del 2023 un progetto dell'ong italiana Vento di Terra ha consentito a una squadra di educatori giordani di lavorare con i bambini siriani dei campi profughi informali nel nord della Giordania. Per provare a sconfiggere l'abbandono scolastico e l'esclusione sociale.


A dodici anni dall’inizio della guerra in Siria, sono circa 6 milioni i profughi siriani sparsi in altri Paesi: principalmente Turchia, Libano, Iraq, Egitto e Giordania.

In Giordania i primi richiedenti asilo sono arrivati all’inizio del 2012. La maggioranza oggi si concentra nel nord del Paese, in particolare nei governatorati di Amman, Mafraq, Irbid e Zarqa.

Un Paese sotto pressione

Attualmente il Regno hashemita accoglie circa 680 mila rifugiati ufficialmente registrati, ma in realtà il numero è decisamente superiore ai dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur/Unhcr): si stima infatti che raggiunga la quota di 1 milione e 300 mila persone. «Numeri decisamente significativi, che danno conto della pressione su un Paese la cui situazione socio-economica era già precaria», commenta al telefono, dal suo ufficio di Milano, Serena Baldini, vicepresidente dell’ong Vento di Terra e referente per i progetti in Medio Oriente. «Basti pensare alla scuola: le classi erano affollate ancora prima dell’arrivo in massa di questi nuovi bambini, provenienti da percorsi scolastici diversi, spesso più volte interrotti».

I campi profughi informali

Vento di Terra è presente nella zona della città di Mafraq – nel nord-est, a poca distanza dal confine con la Siria – dal 2014. Serena ha compiuto diverse missioni di lavoro in quell’area, l’ultima a giugno. Ci spiega che gran parte dei profughi siriani presenti in quest’area è arrivata a piedi dalle zone più prossime al confine.

>>> Leggi anche: «Zaatari secondo noi»

Tantissimi sono qui i cosiddetti «campi informali»: un alto numero di persone tende infatti a scappare dai campi profughi strutturati e ufficiali (come quello, enorme, di Zaatari, a una manciata di chilometri da Mafraq) perché «pur essendoci alcuni servizi basilari, da questi luoghi si fa molta fatica a uscire e a costruirsi un’opportunità di lavoro e di vita», continua Serena. In molti quindi, privi di risorse economiche, preferiscono stabilirsi in campi informali, posti in aree isolate e lontane da servizi di ogni genere. Abitano in nuclei di tende dell’Acnur, con il tempo spesso divenute strutture assai semplici in mattoni. «Si installano su terreni di proprietari agricoli giordani, i quali da un lato li ospitano, dall’altro li costringono a situazioni di debolezza e ricatto. Sono così esposti a una serie di rischi: in primis quello del lavoro minorile e della violenza di genere», aggiunge.

Vite segnate dalla precarietà

I campi profughi informali si trovano tutti nel nord della Giordania, nella citata zona di Mafraq e in quella di Irbid. «Va considerato», specifica la referente di Vento di Terra, «che questi profughi provenivano da una situazione socio-economica tutt’altro che solida di partenza. Spesso in Siria erano già lavoratori agricoli e stagionali, abituati a lavorare in determinati tipi di coltivazioni, ad esempio nelle serre».

Attività in aula con i piccoli allievi siriani a Mafraq, in Giordania. (foto Vento di Terra)

Si registra una grande mobilità tra i campi: le famiglie, assai numerose, si spostano seguendo il flusso del lavoro stagionale, il che rappresenta un ulteriore ostacolo all’istruzione dei figli. L’età media è bassa, le scuole lontane. Diversi genitori sono analfabeti. Essendo ormai passati diversi anni dall’inizio della guerra, un gran numero di bambini è nato in Giordania.

Scopriamo che solo nel 2019 il governo giordano ha deciso di includere legalmente i bambini siriani nelle scuole. A causa degli spazi insufficienti, le lezioni sono divise in due turni: la mattina per i bambini giordani, il pomeriggio per i siriani. Le classi sono composte da 50, non di rado addirittura 60, allievi, con ricadute facilmente immaginabili sulla qualità dell’insegnamento. Difficilmente la scuola riesce ad affrontare le ferite di minori che hanno subìto traumi legati alla guerra e il cui percorso d’istruzione è segnato da vuoti.

Un’équipe mobile di educatori per i bambini di Mafraq

Per rispondere a tutti questi bisogni, Vento di Terra ha portato avanti quest’anno un progetto di sei mesi – finanziato dall’Unione cristiana evangelica battista e conclusosi lo scorso giugno – dedicato proprio all’inclusione sociale dei bambini che vivono nei campi informali del governatorato di Mafraq. Un’équipe mobile di educatori e insegnanti giordani ha raggiunto ogni giorno, la mattina, cinque campi, fornendo supporto scolastico e psico-sociale a bambini e bambine dai sei ai dodici anni, suddivisi in gruppi misti per età.

«Abbiamo scelto di creare gruppi di varie età perché tanti bambini non riuscivano nemmeno a terminare il test d’ingresso fornito loro per valutarne il livello», racconta Serena. «Si è rivelata una sfida interessante: con il tempo i più grandi, infatti, hanno assunto ruoli di leadership, generando un senso di responsabilità comune verso l’importanza dell’andare a scuola».

Parlare di diritti attraverso il gioco

Per affrontare in maniera coinvolgente le materie scolastiche e i difficili vissuti dei piccoli, è stata adottata la modalità dell’apprendimento attivo: le tre ore mattutine con gli educatori erano quindi scandite da giochi di ruolo, drammatizzazioni, giochi cooperativi.

«In generale, gli educatori si sono concentrati anche sul tema dei diritti dell’infanzia, per far crescere nei bambini la consapevolezza dei loro diritti», nota Serena.

Nel corso del 2024 probabilmente il progetto proseguirà, con respiro triennale e con l’idea di includere attività di contrasto all’abbandono scolastico e di – conseguente – ulteriore supporto alle famiglie.

«Intendiamo fornire un servizio di scuolabus; dotare le famiglie di scarpe (moltissimi sono i bambini scalzi) e uniformi per la scuola. Continueremo anche a garantire una merenda, che costituisca un pasto bilanciato e sano. Sembrano cose piccole, ma in realtà sono elementi che aiutano tanto per incentivare i genitori a mandare i figli a scuola», conclude la vicepresidente di Vento di Terra.

Tra pregiudizi e ricerca di socializzazione

Chiediamo a Serena Baldini, da ultimo, quale sia in quell’area del Paese il rapporto dei profughi siriani con la popolazione giordana. Ci risponde che, dati l’isolamento e la separazione, l’elemento del pregiudizio rimane in generale marcato. «A causa poi dei turni suddivisi tra mattina e pomeriggio, il sistema scolastico, che potrebbe rappresentare un momento primario di socializzazione, non facilita tale processo».

Le eccezioni non mancano, per fortuna, nei centri urbani: ad esempio nella cittadina di Mafraq, dove vi sono maggiori occasioni di incontro con la comunità ospitante, e naturalmente ad Amman, nella quale l’alta percentuale di profughi siriani sta attraversando, per buona parte, una fase successiva d’integrazione e dispone di documenti che permette loro di accedere a un numero maggiore di servizi forniti dallo Stato.


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